BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

ASSEMBLEA CEI/ La prolusione del Cardinale Angelo Bagnasco

Foto: InfoPhoto Foto: InfoPhoto

Ma perché questo accada, perché la nostra fede possa essere “vista” da tanti il cui cuore attende di vedere uno squarcio di cielo, è necessario innanzitutto arrendersi all’Amore di Dio che si è rivelato e donato in Gesù, e in secondo luogo continuare a lottare per “vincere indifferenza e individualismo che corrodono le comunità cristiane e corrodono il nostro cuore (…) Quanto danno arreca la vita comoda, il benessere; l’imborghesimento del cuore paralizza” (Papa Francesco, Omelia 12.5.2013). In questa ottica missionaria ed educativa, il Papa incalza con la domanda: “Come sono io fedele a Cristo? (…) Sono capace di far vedere la mia fede con rispetto, ma anche con coraggio?” (ib). Sono domande semplici e dirette, che vanno a scavare l’anima di ciascuno e delle comunità. Una terza condizione, perché la fede diventi visibile, ci viene indicata parlando della nuova Santa Laura Montoya: “Questa prima Santa nata nella bella terra colombiana ci insegna ad essere generosi con Dio, a non vivere la fede da soli – come se fosse possibile vivere la fede in modo isolato – ma a comunicarla, a portare la gioia del Vangelo con le parole e la testimonianza di vita in ogni ambiente in cui ci troviamo (…). Ci invita ad amare come Gesù ci ha amato, e questo comporta non chiudersi in se stessi, nei propri problemi, nelle proprie idee, nei propri interessi, in questo piccolo mondo che ci arreca tanto danno” (ib). Si tratta, dunque, non solo di vivere la fede della Chiesa, ma anche di vivere la fede con la Chiesa, cioè in compagnia dei fratelli e della sorelle, nel grembo della comunità cristiana. Solo così è possibile seminare il seme prezioso della fede a larghe mani come il seminatore del Vangelo, senza paura di sprecare la semente sulle pietre o tra i rovi. Il credente sa che il dovere di annunciare a tutti la fede è un compito ma anche una grazia per lui stesso, poiché la fede si rafforza donandola, cioè guardando fuori di noi stessi, e ricordando che "quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio" (Papa Francesco, Omelia 14.3.2013), e “quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare diventa autoreferenziale e allora si ammala” (Card. J. M. Bergoglio, Discorso ai Cardinali prima del Conclave). 

Nel cuore dell’Anno della fede, siamo così confermati a crescere nella fede, tenendo conto anche degli appuntamenti internazionali previsti a Roma con il Santo Padre. La stessa Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, la prima di Papa Francesco proprio nel suo continente, sarà un’occasione di confessione e di annuncio della fede dei giovani ai giovani del mondo. Come nelle altre Giornate, anche questa volta apparirà il volto giovane della Chiesa, e noi Pastori saremo incoraggiati, quasi rigenerati dalla giovinezza dei nostri ragazzi. Anche a Madrid, nel 2011, l’esperienza della gioia sostanziosa di moltissimi giovani e del loro affetto per la Chiesa, il Papa e i Vescovi, è stata una grazia che ci ha contagiati e di cui siamo loro profondamente grati.

 

Le opere della fede

 

 Se, come scrive Benedetto XVI, “un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (Caritas in veritate, 4), sappiamo che un Cristianesimo senza carità può venire scambiato per una ideologia, una astrazione (cfr Benedetto XVI, Deus Caritas est). Noi conosciamo la storia della Chiesa italiana, e bene la conoscono le nostre comunità, il popolo della nostra terra. È una storia di capillare diffusione e di  radicamento che – al di là delle circostanze storiche che si sono succedute nei millenni – è ispirata al mandato di Gesù di raggiungere tutte le genti fino ai confini della terra: città, borghi e villaggi, mari, monti e colline. Ma anche fino ai confini dell’esistenza umana nei diversi ambiti di vita – dalla casa al lavoro, dal tempo libero alla vita pubblica – come nelle situazioni esistenziali dell’amore, della gioia e del dolore. Ovunque, si è cercato di offrire una presenza amica che rendesse visibile la mano provvidente di Dio nel mondo, in particolare per i deboli e i poveri; che fosse annuncio credibile di Cristo – nonostante limiti e fragilità umane – e segno della maternità della Chiesa. Che suonasse profezia di quella umanità nuova che il Redentore aveva iniziato con la sua Croce. Che, infine, diventasse pungolo fraterno per la città degli uomini affinché edifichi una società accogliente e giusta. Specialmente in certi tornanti della storia del nostro Paese, la Chiesa è stata una risposta pronta e certa – a volte l’unica – ai bisogni più diversi e urgenti che chiedevano non solo tutte le risorse possibili del momento, ma la fantasia della carità e capacità organizzativa, non di rado avanzando i tempi e intuendo bisogni. In modo incisivo Paolo VI, a conclusione del Concilio, diceva: “Per conoscere l’uomo, l’uomo vero, l’uomo integrale, bisogna conoscere Dio (…). Che se, venerati Fratelli e figli qui presenti, noi ricordiamo come nel volto di ogni uomo, specialmente se reso trasparente dalle sue lacrime e dai suoi dolori, possiamo e dobbiamo ravvisare il volto di Cristo (…), e se nel volto di Cristo possiamo e  dobbiamo ravvisare il volto del Padre celeste (…), il nostro umanesimo si fa cristianesimo, e il nostro cristianesimo si fa teocentrico: tanto che possiamo altresì enunciare: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo” (Discorso di chiusura del Concilio Vaticano II, 7.12.1965).