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ASSEMBLEA CEI/ La prolusione del Cardinale Angelo Bagnasco

Pubblicazione:lunedì 20 maggio 2013 - Ultimo aggiornamento:lunedì 20 maggio 2013, 17.50

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È questa la nostra storia, e se qui ne ho appena evocato i tratti e le ragioni, è solo per confermare quell’attenzione operosa e quotidiana cha mai ha abbandonato l’annuncio della Parola e la vita liturgica delle nostre comunità cristiane, memori delle parole dell’Apostolo Giacomo: “Mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Gc 2,18). In questa prolungata crisi economica, non è mistero per nessuno che le richieste di aiuto si moltiplicano a dismisura e approdano alle porte delle parrocchie, dei centri di ascolto, dei molteplici gruppi, mense, centri di recupero, di integrazione, dispensari e ambulatori. Già nel 2007 avevamo lanciato l’allarme della povertà che avanzava strisciante. E ora siamo nel vortice dell’emergenza che, come un’onda irriducibile e crescente, assedia. Ragion per cui non solo le provvidenze pubbliche, ma anche la continua, generosa raccolta nelle nostre comunità, sono benedette e meritorie seppur mai adeguate ai bisogni, come risulta anche da una recente indagine dal significativo titolo “L’impegno” (Giuseppe Rusconi, L’impegno, come la Chiesa italiana accompagna la società nella vita di ogni giorno, Rubettino, 2013). È la nostra missione e, mentre siamo grati al Signore che ci dà la grazia di poterlo servire nelle sue membra più bisognose, vogliamo ringraziare lo stuolo dei nostri Sacerdoti, dei diaconi, dei religiosi e delle consacrate, e la moltitudine di volontari che si prodigano con fede e ammirevole generosità.  

 

La società al bivio

 

 Come sempre, non possiamo non pensare anche al nostro amato Paese. Tanto più perdurando la gravissima crisi che investe l’Europa e il mondo, e dopo un periodo di non piccoli passaggi istituzionali. A noi Pastori sta a cuore non una formula specifica, ma i princìpi che devono ispirare la vita politica e, più in generale, il vivere sociale. In questo senso, la nostra riflessione tocca i livelli antropologico, etico e culturale, poiché questi sono i fili decisivi che costituiscono il tessuto della società e ne misurano verità e consistenza. Possiamo dire che ne pesano il grado di umanità e di giustizia. 

Una prima considerazione, che si va sempre più imponendo, è la necessità di uscire dai luoghi comuni del pensare e dell’agire. Il conformismo diffuso non aiuta a giudicare le cose con la propria testa. L’anticonformismo auspicato non è smania di apparire originali, fuori dal coro, ma è essere rispettosi della realtà, liberi dal “così fan tutti”. L’andare contro corrente non è facile! Richiede un’ascesi intellettuale fatta di disciplina interiore, fatica per vincere la pigrizia del lasciar andare; ma esige anche un’ascesi morale fatta di coraggio per resistere alle pressioni del pensiero unico che non accetta di essere contraddetto, disponibili a cambiare le proprie abitudini, ad andare contro il proprio tornaconto se la verità lo richiede. Il bene comune, che la buona politica deve avere come valore superiore, pretende la capacità di anteporre all’interesse personale o di parte il bene generale, cioè il bene del Paese. Con la sua missione educativa, la Chiesa offre il proprio contributo affinché, nella contesa ormai universale tra “utilitas” e “veritas”, la verità non soccomba. La categoria dell’utilità, in sé, non è male; ma se diventa un valore assoluto – staccata cioè dalla verità delle cose – allora si snatura e, alla fine, nega se stessa. Parimenti, per la categoria del “potere”: se esso sguscia dal valore del servizio, allora diventa fine a se stesso e si deforma nei suoi volti peggiori. È dunque necessario coltivare il senso e il gusto del vero, specialmente nelle giovani generazioni, che di solito sono più libere rispetto a ideologie, schemi ingessati e interessi individuali.

 

 Una seconda considerazione riguarda il clima di ostinata contrapposizione che, a momenti alterni, si deve registrare tanto a livello privato che pubblico: quando la naturale logica del confronto e della dialettica sale nei toni e nelle parole, quando non arriva mai a conclusioni condivise ma si impunta avvolgendosi su se stessa, quando si cristallizza diventando costume, allora si rischia la patologia che paralizza il vivere sociale. È il segno triste e sconfortante di un modo di pensare vecchio e ripiegato, autoreferenziale e senza futuro. Non è questione di anagrafe, ma di giovinezza dell’anima. Ci si chiede a volte se contano di più la verità e il bene, oppure il pretendere di avere ragione, o meglio l’affermazione del proprio “io” e della propria immagine. Se così fosse, ci sarebbe da interrogarsi sulla propria consistenza interiore.

Le vicende che hanno segnato il nostro Paese sul piano politico e istituzionale devono far riflettere e innescare un serio esame di coscienza: tutti abbiamo bisogno di convertire il cuore e la vita, ma questa generalizzazione non può essere intesa come una sorta di “male comune” assolutorio, specialmente se si portano responsabilità pubbliche. In questi tempi abbiamo visto, ad alti livelli, gesti e disponibilità esemplari che devono ispirare tutti; ma anche situazioni intricate e personalismi che hanno assorbito energie e tempo degni di ben altro impiego, vista la mole e la complessità dei problemi che assillano famiglie, giovani e anziani. Dopo il responso delle urne, i cittadini hanno il diritto che quanti sono stati investiti di responsabilità e onore per servire il Paese, pensino al Paese senza distrazioni, tattiche o strategiche che siano. Pensare alla gente: questa è l’unica cosa seria. Pensarci con grandissimo senso di responsabilità, senza populismi inconcludenti e dannosi, mettendo sul tavolo ognuno le migliori risorse di intelletto, di competenza e di cuore. Allora insieme è possibile. Non bisogna perdere l’opportunità, né disperdere il duro cammino fatto dagli italiani. L’ora è talmente urgente che qualunque intoppo o impuntatura, da qualunque parte provenga, resteranno scritti nella storia. 

 


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