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ASSEMBLEA CEI/ La prolusione del Cardinale Angelo Bagnasco

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 Noi Vescovi, a contatto con la gente, abbiamo il dovere di dare voce alle preoccupazioni crescenti e al disagio sociale diffuso, alla moltitudine di giovani che non trovano lavoro, a quanti – anche avanti negli anni ma senza possibilità di pensione – l’hanno perso, a quanti sono in ambascia per l’incertezza del domani, a coloro che oggi sono scesi al livello della povertà e a volte dell’angoscia. Sicuramente, diverse sono le cose importanti da fare per il bene comune, e nessuna di queste è contro le altre, anzi, tutte si richiamano e si sostengono più o meno direttamente. Ma c’è da chiedersi: qual è la lama più dolorosa nella carne della gente? Quella che chiede interventi immediati ed efficaci perché ogni giorno è in gioco il giorno dopo? “Il lavoro – diceva recentemente il Santo Padre – è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci ‘unge’ di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio che ha lavorato e lavora, agisce sempre; dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della Nazione. (…) Desidero rivolgere (…) ai Responsabili della cosa pubblica l’incoraggiamento a fare ogni sforzo per dare nuovo slancio all’occupazione; questo significa preoccuparsi della dignità della persona” (Udienza Generale 1.5.2013). In questa prospettiva, il Papa parla anche di “lavoro schiavo, il lavoro che schiavizza” le persone perché le sottomette a se stesso fino ad alimentare una vera e propria “tratta delle persone” anche ai giorni nostri (cfr. ib.). Affinché il lavoro veramente “unga” di dignità ogni lavoratore, non deve diventare – quando c’è – talmente invasivo da impedire sia il necessario riposo fisico e spirituale, sia la possibilità di coltivare i rapporti con gli altri, tenendo conto che i primi rapporti sono quelli della famiglia. È del tutto evidente che il lavoro domenicale impedisce che la famiglia si ritrovi unita in un tempo disteso e comune da dedicare a se stessa, agli altri e, se credente, a Dio e alla comunità cristiana. Considerare ciò di poco conto, magari con la giustificazione di lasciare il lavoro festivo come un’opzione, significa sottomettere la persona all’economia – senza peraltro evidenti vantaggi – con danni incalcolabili per la tenuta della società intera.    

Le statistiche pubbliche sul lavoro e l’occupazione sono eloquenti e non ammettono repliche. È vero che continuano ad esserci settori produttivi che tengono o sono addirittura fiorenti, ma sono delle nicchie rispetto all’insieme. Come emerge nel recente Rapporto-proposta sul lavoro –elaborato dal Progetto Culturale della CEI – siamo convinti che è possibile superare la crisi  con un forte e deciso piano industriale che, tenendo in casa il patrimonio e la professionalità italiana, rilanci con tenacia la produzione nazionale insieme alla necessaria attenzione finanziaria. Così che, dicono gli esperti, la macchina si metta nuovamente in moto. Circa le pesanti politiche fiscali ci chiediamo: fino a quando potranno raccogliere risorse se tutto rallenta?

 

 Così la famiglia – patrimonio incomparabile dell’umanità – che ancora una volta ha dato prova di sé rivelandosi il primo e principale presidio non solo della vita, ma anche di energie morali e di tenuta sociale ed economica: fino a quando potrà resistere senza politiche  consistenti, incisive e immediate? Essa è un bene universale e demolirla è un crimine; affonda le sue radici nell’essere dell’uomo e della donna, e i figli sono soggetto di diritto da cui nessuno può prescindere. La famiglia non può essere umiliata e indebolita da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un vulnus progressivo alla sua specifica identità, e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento. Il grave problema demografico – che in alcuni Paesi europei è stato affrontato con buoni risultati – quando sarà preso in seria considerazione senza rimandi o depistaggi che nulla hanno a che fare con le urgenze reali? Viene da chiedersi se la possibilità di futuro valga ancora nella sensibilità pubblica: la capacità di affrontare il presente con gli occhi del futuro disegna il volto dei veri statisti. La prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che si celebrerà a Torino dal 12 al 15 settembre prossimo, avrà come tema la famiglia. Confidiamo – e questa è l’intenzione della Chiesa in Italia – che possa essere un ulteriore contributo per l’intera società e le sue prospettive culturali, politiche, educative e sociali.        

 

 Dobbiamo riconoscere che, per guardare a un futuro migliore, è necessaria anche una sorta di bonifica culturale al fine di discernere le categorie concettuali e morali che descrivono o deformano l’alfabeto dell’umano, con i suoi fondamentali come la persona, la vita e l’amore, la coppia e la famiglia, il matrimonio e la libertà educativa, la giustizia. È da questa attenzione di tipo antropologico che dipende la possibilità di una società umana o, al contrario, di un coacervo che sarà disumano e spietato. Quando il pensiero unico, con la complicità di risorse e strumenti, non riconosce la sacralità della persona – di ogni persona comunque – allora si è entrati nella fase della decadenza. Al fondo di una certa cultura individualistica non vi è il rispetto della persona, ma la volontà di distruggere l’uomo nella sua dignità, di delegittimarlo nelle sue manifestazioni personali e sociali, per farne un soggetto smarrito e incerto, prigioniero di se stesso, facile preda di chi è più forte e scaltro. Snaturato della sua dignità sacra, l’uomo viene sottomesso all’economia. È forse utile ricordare che la parola “sacralità” non rimanda esclusivamente a Dio. Essa mantiene la sua legittimità in quanto indica qualcosa che ci precede, che è indisponibile, e che l’esperienza personale attesta. Quando qualcuno, infatti, sente rivolte a sé queste parole – “tu non mi interessi” – avverte, senza necessità di argomenti, che è stato commesso un crimine morale contro di lui, che la giustizia è stata violata e l’universo è più buio. La voce della Chiesa non potrà mai tacere quando ci si pone sul piano dell’uomo. Incisivo, al riguardo, è quanto scrisse l’allora Card. Bergoglio parlando del rapporto della Chiesa con la politica: “L’importante è non mettersi nella politica di parte, ma nella grande politica che nasce dai Comandamenti e dal Vangelo. Denunciare le violazioni dei diritti umani, le situazioni di sfruttamento o esclusione, le carenze educative e alimentari non significa essere di parte (…). Quando parliamo, alcuni ci accusano di fare politica. Io gli rispondo: sì, facciamo politica nel senso evangelico della parola, ma non siamo di parte” (Il nuovo Papa si racconta,Salani, 2013, pag.79).