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Cronaca

CAOS CARCERI/ Il magistrato: ci vuole subito una amnistia o un indulto

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Sì. E’ indiscutibile che se ne debba fare un uso accorto e finalizzato esclusivamente alla ricerca della prova, anche perché, poi, i costi delle stesse finiscono per gravare sui contribuenti. Detto ciò, tuttavia, il problema delle intercettazioni come necessario strumento investigativo va distinto da quello, certamente stigmatizzabile, dell’uso mass-mediatico delle stesse. Qui sì, a mio parere, dovrebbero porsi urgentemente dei paletti legislativi per evitare il dilagare di “gogne” gratuite prima dell’accertamento, auspicabilmente sereno e discreto, di una verità processuale.

 

Il fatto di affrontare l'emergenza carceri è legato esclusivamente all'assenza di risorse?

Il problema del sovraffollamento carcerario, già adesso, oltre che una drammatica questione umanitaria, costituisce una non trascurabile fonte di spesa per lo Stato e, quindi, per il cittadino. Ogni detenuto ha un costo: per il suo mantenimento, la sua assistenza sanitaria e la sua rieducazione, nei vari livelli in cui si struttura il trattamento penitenziario. Costruire più carceri non risolve il problema, lo amplifica. La questione è: il carcere è l’unico rimedio praticabile per garantire sicurezza con riguardo a tutti i livelli di devianza o pericolosità sociale? Solo i soggetti a rischio di recidiva di comportamenti etero-aggressivi o non altrimenti rieducabili potrebbero trovare, in un carcere adeguatamente strutturato, un ultima possibilità di emenda e di recupero con contestuale tutela della collettività. Negli altri casi, punizione e risocializzazione dovrebbero trovare altri “asset” risolutivi.

 

Quali sono gli altri snodi del sistema giudiziario che occorre affrontare per imprimere una svolta all'emergenza delle carceri con probabilità di successo?

Innanzitutto mi sembra necessario un provvedimento di clemenza. L’amnistia (o l’indulto) “resettando” il sistema penitenziario e giudiziario, lo porterebbe a livelli di tolleranza. Ma per evitare il ripetersi di situazioni cicliche (non più auspicabili), occorrerebbe un contestuale potenziamento delle misure alternative e dei lavori socialmente utili. Io troverei più pratica ed elastica l’istituzione di un’unica, significativa, misura alternativa (in luogo delle diverse oggi esistenti), sul modello dell’affidamento in prova (una vera e propria “pena comunitaria”), con limiti pena più ampliati rispetto al presente ed adattabile caso per caso, attraverso l’adozione di idonee prescrizioni, alla singola posizione del condannato. Ed anzi, onde evitare la sequenza “indagini – processo – appello – cassazione – esecuzione penale – fase di sorveglianza”, sequenza lunga e dispendiosa (oltre che spesso inefficace anche in termini  di effettività sanzionatoria), auspicherei una “diversion” delle sinergie processuali. Da un lato il processo penale ordinario, per i reati  sanzionati con pene più elevate. Dall’altro un processo orientato fin dall’inizio alla misura alternativa, più snello ed integrato con la partecipazione di esperti e delle varie agenzie del territorio (Uepe, Sert, Cps, Servizi sociali dei Comuni, ecc..) che possono sin da subito organizzare un progetto di reinclusione sociale, ora riservato solo alla fine di un lungo percorso processuale.

 

Secondo il ministro andrebbe approvato il ddl Severino sulle pene alternative: “la reclusione va limitata ai soli reati gravi, introducendo la detenzione domiciliare come sanzione autonoma e i lavori di pubblica utilità”. Cosa ne pensa?