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BEATIFICAZIONE DON PUGLISI/ Il suo sacrificio non va "confuso" con quello di Falcone

Pubblicazione:sabato 25 maggio 2013 - Ultimo aggiornamento:sabato 25 maggio 2013, 16.04

Pino Puglisi (Immagine d'archivio) Pino Puglisi (Immagine d'archivio)

Per una fortuita coincidenza la beatificazione di don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993 avviene a Palermo ad appena 48 ore dalle celebrazioni per  21° anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta.

Palermo diviene così palcoscenico in poche ore di due momenti di grande intensità emotiva e di profondo impegno civile e religioso.

L’accostamento dei due avvenimenti così cruenti e così drammatici è naturale, così come è naturale chiedersi la differenza che li contraddistingue. 

Puglisi e Falcone, offrendo la loro vita, hanno dato un significativo contributo di sangue, che - aggiunto a quello offerto da tanti altri uomini delle istituzioni -, ha inferto un duro, ma non definitivo colpo alla mafia. 

Ma perché la Chiesa ha ritenuto di beatificare don Pino Puglisi? L’Arcivescovo di Monreale, Mons. Cataldo Naro, circa dieci anni fa sosteneva, proprio riferendosi al martirio di don Pino, che “il martirio evidenzia, in qualche modo, una carenza della Chiesa, un suo limite sul piano della testimonianza; è, di fatto, una denuncia di ciò che non c’è e di cui ci sarebbe bisogno”. Ecco, quindi una prima angolazione da cui leggere l’uccisione del sacerdote palermitano. Il martirio serve a richiamare all’attenzione dei fedeli cristiani, innanzitutto ma non solo, la necessità di un di più che manca, ma che può e deve esserci. 

E Naro precisa: “Non ci può essere un martirio senza che ci sia un retroterra, un ambiente che lo esprime, una realtà che è stata capace di prestarsi a questo dono dello Spirito del Signore Risorto”.

Questa sottolineatura fa piazza pulita delle polemiche che accreditavano un don Puglisi solo e abbandonato dalla Chiesa. Don Puglisi non godeva della stessa compagnia dei suoi confratelli che si fregiavano del titolo di “preti antimafia”. Non viveva sotto i riflettori, non viveva scortato, non viveva di convegni e interviste. Viveva della compagnia di Cristo che gli fu compagno fino alla fine, fino al momento dello sparo della pistola, quando, consapevole che era giunta la sua ora, seppe sorridere per l’ultima volta (e con lo stesso sorriso accolse anche quanti andarono a trovarlo nella sala mortuaria).

Il martirio di Puglisi affonda quindi le sue radici in un significativo retroterra religioso e spirituale che dopo la sua morte è divenuto patrimonio condiviso e convinto di tutti siciliani. Conclude Naro: “Quel che è certo, comunque, è che padre Puglisi era espressione di qualcosa che andava preparandosi nella chiesa palermitana”. 


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COMMENTI
25/05/2013 - tutti martiri sono! (antonio petrina)

Io credo che tutti martiri siano :sia i magistrati, sia i preti,sia il prefetto, gli uomini comuni, ecc, uccisi brutalmente dalla mafia! Qui ( nel martirio) non è morta la speranza, perchè quella morte è come il fiore di mandorlo ,che rifiorisce sempre dopo il lungo inverno, come ci ricorda papa Francesco !