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CAOS CARCERI/ Quell’inciviltà che nasce da leggi mal concepite

Pubblicazione:domenica 26 maggio 2013 - Ultimo aggiornamento:domenica 26 maggio 2013, 9.47

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Le voci dei sindacati sono silenti. Gli unici comunicati stampa quotidiani sono quelli rappresentativi della polizia penitenziaria, numericamente più rilevante e spesso più esposta alle criticità gestionali dell'utenza carceraria. Rispetto al comparto ministeri, nessuno fa sentire la propria voce, mai un'autorità dirigenziale indignata per la situazione carceraria, mai un provveditore regionale e difficilmente dei responsabili a livello apicale ammetteranno le difficoltà endemiche di un sistema vetusto con proposte in termini di soluzioni, idee o protocolli urgenti. I poliziotti devono custodire, i funzionari pedagogici devono rieducare, gli psicologi e i medici curare, gli psichiatri, soli e abbandonati nel proprio lavoro, capire e sedare: tutti devono svolgere il proprio compito istituzionale nella consapevolezza che quel fare è già viziato ab origine perché incerto è l'obiettivo finale. Difficile una rappresentazione del marasma organizzativo delle carceri e tanto più difficile restituire una fotografia completa di quello che le carceri sono oggi. Per comprenderlo nelle distorsioni e inefficienze, nell'esercizio del potere quotidiano, nella difficoltà o lentezza di riconoscimento dei diritti e dei ruoli, sia dell'utenza che degli operatori, bisogna viverlo. Comprendere il carcere è lavorarci e osservare ciò che accade ogni giorno.

Siamo ancora nell'epoca della domandina, dell'infantilismo della persona detenuta, dell'idea di una sicurezza che prevede l'un per uno ovvero “un recluso, un poliziotto” che ne vigili costante movimento, corpo a corpo; una concezione ancora retributiva della pena che diventa alternativa solo in presenza di legali motivati, ancora lontana l'idea di una pena utile alla collettività. Tutto ciò è caratterizzato da una stigmatizzazione de il mostro: mostro morale, mostro patologico, mostro despota, analisi ampiamente compiuta da Michel Foucault nelle sue lezioni del lontano 1975 ove il comune denominatore di tali sibilline figure è rappresentato dalla rottura del patto sociale. Una versione contemporanea è rinvenibile nell'opera cinematografica dei fratelli Taviani: “Il primo mostro individuato e identificato è colui che ha spezzato il patto sociale fondamentale”. Un valoroso e mordace insegnamento etico. Le leggi che hanno operato una criminalizzazione con successiva decisione di adottare l'extrema ratio in ambito penale sono risapute: Legge droga, immigrazione, più tutta una serie di reati che potrebbero e dovrebbero diventare illeciti amministrativi. Tenue è infatti anche l'applicazione delle sanzioni sostitutive per le pene detentive brevi (L. 689/81). Si aggiunga, a latere, la questione degli OPG; ancora misconosciute le soluzioni per il c.d. “criminale patologico”. Questioni ancora aperte e irrisolte rispetto alla gestione di un ristretto ammalato o in sciopero della fame: il Magistrato di sorveglianza o il medico, chi tutela chi e cosa? E mentre si decide chi esercita maggiormente quel potere, o chi ne è legittimamente deputato, l'utente può aggravarsi o morire.


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