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Cronaca

EUTANASIA/ Roccella: Piera, la tua non è stata un "buona morte"

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Le sofferenze fisiche non sono il vero problema, in primo luogo perché ormai le cure palliative e le terapie del dolore hanno fatto grandi passi avanti, e sono in grado di alleviare qualunque male fisico. Piuttosto, magari insieme alla malattia e al dolore, c’è la paura, la solitudine, il senso di inutilità e di vuoto, il male dell’anima. Di questi disagi morali è giusto che una comunità solidale sappia farsi carico, anche a livello dei normali rapporti umani. Dire sì all’eutanasia significa rifiutare un aiuto a questo livello, e farne invece una questione burocratica. Chi difende la cosiddetta “morte dolce” sa che si svolge secondo un rituale preciso e asettico, che si deve compilare un questionario, che c’è un’assistenza specializzata ma senza calore e partecipazione. 
Si arriva a prescrivere che il bicchiere con la bevanda che contiene il sedativo mortale, debba essere preso dalla persona che si suicida, che deve essere quindi autosufficiente, in grado di bere da sola, perché la responsabilità deve essere totalmente sua. E’ il trionfo di quella grande illusione che viene definita “autodeterminazione”, e che finisce spesso per sfociare nell’abbandono e in un’estrema solitudine.

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