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30 GIORNI/ Vi racconto il mio direttore Andreotti visto "da vicino"

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Giulio Andreotti  Giulio Andreotti

Lo sguardo alle cose del mondo aveva sempre in lui come punto sorgivo la passione – mai sbandierata come ideologia – alle vicende dei fratelli nella fede. Tutti conoscono i suoi rapporti con Papi e cardinali. A me impressionava soprattutto la fitta trama di preghiere, corrispondenze, piccoli gesti di aiuto concreto che legavano Andreotti a sacerdoti, religiosi, suore, missionari e semplici fedeli in ogni parte del mondo. Mi è capitato tante volte di trovarmi nei posti più disparati – una parrocchia del Guatemala, un Ospedale del Medio Oriente, un monastero di clausura in Veneto, una missione in Tanzania – e di incontrare qualcuno che mi chiedeva di salutare il direttore, di ringraziarlo ancora di piccoli e grandi aiuti ricevuti da lui.
A Andreotti piaceva vivere. Negli ultimi anni si infittivano le sue battute sulla morte e su quello che viene dopo. Ho sempre visto nella sua passione per la condizione terrena un riverbero singolare e potente della sua fede appassionata alla realtà, alle cose e alle persone. La fede di un popolano romano, trovatosi quasi per caso in mezzo alle vicende del potere del mondo, che negli ultimi tempi – quando la mente cominciava a annebbiarsi – ricordava con guizzi nello sguardo soprattutto le partite a palla nei vicoli del rione Trevi, nel cuore di Roma ora sottomesso alla dittatura dei motorini.



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COMMENTI
08/05/2013 - una testimonianza (alcide gazzoli)

Bravo Valente, bravo! Grazie! Di questo abbiamo bisogno di leggere. Non si fermi - per favore - di dire cose così.