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RAGAZZE LIBERATE DOPO 10 ANNI/ Quando il male si nasconde dietro casa

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Due delle ragazze rapite  Due delle ragazze rapite

E con questo siamo a tre. Ecco a quanto ammonta il numero dei casi, negli ultimi decenni, di ragazzine rapite da uomini adulti che le hanno tenute “prigioniere nelle “segrete”, avremmo detto se ci fossimo trovati in una fiaba dai toni particolarmente dark. Solamente che nella storia delle tre giovani – Michelle Knight scomparsa nel 2002 all’età di 20 anni, Amanda Berry nel 2003 a 17, Gina de Jesus nel 2004 appena 14enne – riuscite a scappare dopo essere state segregate per circa dieci anni dall'autista di autobus Ariel Castro e dai suoi due fratelli, a Cleveland in Ohio, a pochi chilometri da dove erano sparite non ci sono principi azzurri, ma solo orchi. O meglio. Ci sono orchi travestiti da principi azzurri o convinti di essere tali, che rinchiudono a doppia mandata la principessa in uno scantinato. Per anni, senza che nessuno si accorga di nulla. Finché, come nel caso ormai celebre di Natasha Kampush, tenuta prigioniera da Wolfgang Priklopil per 0tt0 anni, dai 10 ai 18, la vittima riesce a ribellarsi al carnefice e fugge oppure, come nell'agghiacciante caso di Elizabeth Fritzl, prigioniera del padre per 24 anni con i sette figli da lui avuti, è liberata per una serie di circostanze fortuite. Ma quando emergono casi del genere, l'opinione pubblica si scuote e sono in molti a chiedersi quante siano nel mondo le persone protagoniste di tali “favole nere”. Per tentare di rispondere a questa domanda e per capire che meccanismi scattino nella mente di un sequestratore e che conseguenze abbiano le sue azioni sulla psiche delle vittime, abbiamo contattato la psicologa e criminologa Roberta Sacchi.

 

Tre casi del genere che emergono nel giro di pochi anni: non è un dato preoccupante?
Direi di no: queste sono notizie che sconvolgono l'opinione pubblica mondiale ma il primo messaggio da passare è che sono casi di estrema rarità. Sono azioni aberranti per molti aspetti: per il fatto che le vittime – quasi sempre minorenni – siano segregate per anni e sottoposte a violenza sessuale, ma – ripeto – sono rarissime. 

 

Vede un comune modus operandi tra i tre carnefici: l'ultimo, quello americano, e i due austriaci, Fritzl e Priklopil?
L'unica suggestione che emerge in questi casi riesce a emergere è che questi aguzzi siano delle persone apparentemente normali nella vita quotidiana, ma con un grave disturbo della personalità, che scelgono come vittime delle ragazzine che sono trattate come oggetti per esercitare in modo patologico il proprio potere.

 

Per quale motivo?
Queste uomini devono poter dimostrare a loro stessi di non essere deboli, e mischiano il loro esercizio del potere a una sorta di innamoramento nei confronti della vittima. Hanno una percezione di loro stessi misera e hanno bisogno di soggiogare un soggetto “facile”, come può esserlo un bambino o, in questo caso, una ragazzina.

 

Ragazzina che ci mette anni per riuscire a scappare, e non solo per motivi concreti.
Già: il rapitore crea una forte sudditanza nella mente della vittima, che è talmente succube del proprio aguzzino da non riuscirne più a fare a meno, fino ad arrivare ad innamorarsene, come ci spiega la cosiddetta Sindrome di Stoccolma. Se si leggono i diari di Natasha Kampush, infatti, emerge il fatto che lei non riesce a vedere Proklopil come un mostro, non lo colpevolizza , ma, a tratti, quasi tenta di comprenderlo, cercando una spiegazione a un gesto che a noi appare come pura follia. Ci vogliono anni prima che la vittima riesca a trovare la forza per ribellarsi e staccarsi dall'orbita in cui la tiene intrappolata il carnefice.

 

Un'altra cosa che stupisce, in questi tre casi, è che la Kampush, Elizabeth Fritzl e le tre ragazzine dell'Ohio erano prigioniere in un luogo molto vicino a casa loro...


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