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RICORDO/ Quel "tassinaro" che di Giulio Andreotti capiva più di tutti i giornalisti

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Giulio Andreotti  Giulio Andreotti

Andreotti bacia sulla bocca Totò Riina. “A dottò, ma lei sta a crede a stè fregnacce?”. Ma che mestiere fà dotto'”. Faccio il giornalista. “Abbè, siete i campioni dele fregnacce, ve le inventate de sana pianta; ecche ce l'avete la fantasia, ai voja...”. A quel punto il taxista si fermò con l'auto sulla via Salaria, mise le quattro frecce, si girò verso di me squadrandomi sul volto e mi disse: “Eddai, ma veramente se po' crede a na cosa der genere ?”. Fu una lezione quella chiacchierata, che allora m'era parsa come un misto di rispetto e di commiserazione verso chi usava l'informazione come un tritacarne. Giulio Andreotti ha segnato, nel bene e nel male, la storia del nostro Paese. Ed era il campione dell'arte del compromesso, anche se qualcuno lo ha definito dello status quo. Difficile da giudicare, quando il problema del Paese non era unire la destra, il centro e la sinistra, ma mettere insieme i pezzi del paese stesso, con le sue contraddizioni che necessariamente avevano casa anche in un partito interclassista come la Dc. Detto questo, non so se è proprio vero che il potere logora chi non c'e l'ha. Certo chi è al potere di un paese con tante anime, dal Nord al Sud, non è invidiabile: non lo era ieri, non lo è neanche oggi.
Andreotti lo vidi la prima volta, a vent'anni, ad una festa dei giovani universitari al Monte Stella di Milano e mi rimase impressa la sua capacita di ascolto, nonostante fosse bombardato da chi gli stava di fronte, che parlando in modo concitato gli aveva reso a pois le lenti degli occhiali, con gli schizzi dei chicchi del risotto. Leggendo i giornali, ho scoperto che aveva una certa predilezione per le cose buone e il cuoco Lorenzo Bernardini, oggi al Moscatello di Pozzolengo, un mezzogiorno se lo vide arrivare nel suo ristorante di La Thuile che, da un anno, aveva appena ricevuto la stella Michelin. Era andato a cercarlo apposta. Si informava puntualmente.
Un anno al Meeting di Rimini, era il 2005, mi cimentai nella proposta di un ristorante d'autore, con l'assaggio delle cose buone d'Italia del mio Golosario, che componevano un menu. Quel ristorante aveva due sezioni: una sala ampia e una riservata dove venivano i relatori e gli ospiti del Meeting che manifestavano appositamente il desiderio di assaggiare una certa cucina. E venne Andreotti, dopo un convegno, apprezzando gli spaghetti pasta Martelli con le barbabietole rosse.
Assaggiò un poco di vino bianco, una rarità del Lazio, da uve bellone in purezza, che si chiamava Uvapane. Tra le sue passioni, ha ricordato Marco Bardazzi sulla Stampa, una collezione dei menù dei pranzi ufficiali (da quelli alla Casa Bianca a quelli in cirillico), conservata in uno sterminato archivio all'Istituto Sturzo di Roma. La sua passione per la cucina è stata ricordata anche dall'avvocato Bongiorno che al Corriere della sera ha raccontato: "Era goloso in una maniera sfrenata, lo vidi mangiare due cannoli siciliani dopo un'enorme pasta con melanzane" Credo seguisse anche Il Golosario, tant'è che quando il mio collaboratore Andrea Zaghi gli chiese un'intervista per l'edizione del 2002 come testimonial del Lazio, non si fece pregare. E li raccontò aneddoti dell'infanzia: "A Roma facevamo un uso abbastanza frequente della polenta, anche se non è un piatto romano. Anzi, da ragazzi avevamo anche una certa abitudine alla Pizza di polenta, fatta al forno". 



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