BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

FRANCA RAME/ Se l'orgoglio e la rabbia finiscono di nuovo nelle mani di Dio

Ieri, durante le esequie di Franca Rame, Dario Fo le ha attribuito un'opera basata su un testo apocrifo dell'Antico Testamento, e l'ha recitata come ultimo saluto. FEDERICO PICHETTO

InfoPhotoInfoPhoto

L’insondabile certezza della Tua Presenza è più forte di ogni mio costruito dubbio. 
E la percezione della Tua esistenza alimenta le profondità della mia rabbia”.  

Con questo dittico, libero e senza regole, vorrei salutare Franca Rame. Non parlando di lei, ma facendola parlare. È lei, Franca, che infatti non ha mai potuto sopprimere la certezza dell’esistenza di Dio ed è sempre lei, Franca, che non ha mai smesso di lottare - come Giacobbe nel libro della Genesi - con questo Padre degli uomini e dei peccatori. Non serve aver letto le sue opere, né aver seguito passo passo la sua carriera per convincersi di questo: occorre solo fermarsi un istante e avere il tempo di guardare il ricordo che di lei hanno fatto il marito Dario e il figlio Jacopo il giorno del suo laico “addio”. Entrambi attraversati da una religiosità profonda, incredibile, che quasi sembrava in contrasto con l’atmosfera dell’evento allestito dai “compagni” per una delle loro eroine maggiori.

Era qualcosa di più di una commemorazione quel funerale, con Dario Fo che rilegge la Genesi a partire da un improbabile apocrifo in cui l’uomo - anzi la donna - sceglie la conoscenza e l’amore carnale invece che l’eternità, e con il medesimo uomo che si ritrova - per le proprie scelte - a dover pagare il prezzo più alto di ogni creatura: un’esistenza in balìa della morte.

Il monologo è eccezionale, efficace, ricco, come tutti quelli del teatro di Fo e della Rame. Ma questa volta c’è di più. Perché non solo Fo esprime tutta l’ideologia gnostica per cui il mondo sensibile, il mondo delle cose, non può essere la porta del mondo eterno, il mondo di Dio, ma anche - e soprattutto - perché, come in una moderna liturgia della Parola, per spiegare il presente ricorre alla prima lettura, alla lettura dell’Antico Testamento. La morte, insomma, trova una sua spiegazione non nelle parole degli uomini, ma nella Parola di Dio. D’un tratto lo spettacolo si trasforma in qualcosa di diverso, in una performance che aspira a diventare liturgia, che ha bisogno di essere liturgia per non staccare il dito debole e stanco dell’uomo libero dalla mano di Dio.

Ecco infatti come finisce il cammino di chi ha urlato con rabbia la propria furia contro la Chiesa, ecco come si concludono le campagne fatte di diritti e di appelli, di indignazione e di orgoglio anti-clericale: col libro della Genesi. Con quel monologo recitato a braccio Dario Fo ha rimesso le cose a posto, ha ridato dignità religiosa a Franca, riconsegnandola al mondo dal quale questa donna, appassionata e illuminata, proveniva: il mondo di Dio. Perché Franca Rame ha scelto la conoscenza, ha scelto la distanza dal Padre, solo perché desiderava l’eternità, non perché rifiutasse Dio. La morte non è stata un prezzo da pagare per essere liberi di conoscere, la morte è stata uno dei fatti che hanno segnato la vita della Rame e che la hanno accompagnata davanti al volto di Dio.


COMMENTI
01/06/2013 - Le mani di Dio (luisella martin)

L'orgoglio e la rabbia finiscono sempre nelle mani di Dio che ogni giorno si affida alle nostre nell'Eucaristia. Ma le Sue mani sono bucate!