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METODO STAMINA/ "Se sono sopravvvissuta al cancro è per la fede (e la scienza)"

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Se volete emozionarvi, vi parlo di mio figlio Francesco che mi telefonava, dicendo che aveva visto il mio profilo in una nuvola e che le aveva inviato una Avemaria, chiedendomi poi: “Quando torni, mamma?”. Se volete ancora  emozionarvi, vi dico che una volta sono entrata nella hall del reparto, in attesa di un ennesimo ricovero di quindici giorni, e la madre di un giovane appena morto, in attesa che la salma uscisse, mi ha detto con un amore indescrivibile: “signora, lei entri e continui a combattere; auguri!”

Io però non voglio fare appello alle emozioni ma all’uso della ragione, che di recente non gode di buona salute mentre il nemico continua a uccidere. Ecco perciò, in sintesi, quello che una sopravvissuta come me ha potuto sapere sul cosiddetto metodo “Stamina”, anche perché noi sopravvissuti ci informiamo seriamente su questi temi. La Stamina Foudation è una società fondata nel 2009 da Davide Vannoni, professore di psicologia all’università di Udine. Il progetto sulle cellule staminali mesenchimali è stato fatto in collaborazione con il dottor Andolina, già direttore del centro trapianti di Trieste. Ciò che si propone con il cosiddetto “metodo Stamina” è la cura di numerose patologie neurodegenerative attraverso la somministrazione sistemica e all’interno del midollo spinale di cellule mesenchimali prima trattate in laboratorio. 

Primo punto da precisare: tecnicamente questa procedura non si può definire un trapianto di cellule, perché per essere definito tale le cellule dovrebbero essere inoculate nel luogo del tessuto che vanno a ricostituire, come avviene nei casi di midollo osseo dove le cellule infuse vanno a ripopolare il tessuto ematopoietico (che riproduce il sangue). In questo caso si deve parlare di “terapia cellulare”. Non si tratta di minuzie tecniche: la regolazione vigente è infatti molto differente se si tratta di terapie cellulari e questo perché poco ancora si conosce circa le capacità delle cellule infuse e perché la manipolazione delle stesse è un processo non scevro da rischi potenziali per il paziente. Altro punto su cui il “metodo Stamina” appare carente è l’assenza di un chiaro protocollo con il quale preparare il materiale da iniettare al paziente. In fatto di preparazione di un farmaco, perché di questo si tratta, non si può sostenere che l’esperienza dell’operatore sia fondante nella riuscita del prodotto; è come dire che se un ponte viene progettato dall’ingegnere “uno” regge, mentre quello fatto dall’ingegnere “due” crollerà. I ponti vengono progettati in modo che non crollino su se stessi indipendentemente dalla chi li abbia progettati. Per la terapia cellulare la situazione è analoga se non più rigida: non deve sussistere variabilità tra gli operatori. 


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COMMENTI
11/06/2013 - fede e ragione (rita bigelli)

Grazie Terry, coraggiosa amica! Le tue parole mi hanno documentato che la fede e la ragione unite sono la ricchezza dell'uomo. Grazie