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CARCERI/ Se il decreto Cancellieri rimane senza "lavoro", sarà inutile

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Il decreto apre così la strada alla discussione parlamentare, che dovrebbe iniziare il 24 giugno, sul disegno di legge messo a punto dal precedente ministro Paola Severino sulle misure alternative al carcere (quale ad esempio la detenzione domiciliare per i delitti puniti con pena massima non superiore ai sei anni) e la messa alla prova con percorsi di rieducazione – che sospende il processo – per i reati con pene inferiori ai quattro anni di reclusione.

Entrambi i provvedimenti muovono dal criterio, assolutamente condivisibile, per cui il carcere deve essere l’estrema ratio dell’intervento punitivo dello Stato, ossia deve avere come presupposto la commissione di gravi reati e la ritenuta effettiva pericolosità dell’autore degli stessi. Oggi non è sempre così: il carcere è utilizzato, in parte, come una “comoda” misura cui si ricorre, in fase cautelare quale strumento improprio di indagine, in fase esecutiva come fuga dalla responsabilità di concedere misure alternative. E, a proposito di responsabilità, se si dovesse affrontare organicamente la riforma delle carceri, non deve scandalizzare il ricorso ad un provvedimento di clemenza (sia esso amnistia o indulto). Uno Stato riformatore deve assumersi politicamente questa responsabilità: sia per il valore profondo di tali provvedimenti che affermano la non infallibilità del sistema giustizia, sia per permettere una concreta ripartenza del sistema rinnovato, in modo da poterne valutare, in tempi brevi, l’efficacia, onde apportarne, eventualmente, i necessari correttivi.

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