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Cronaca

CARCERI/ Se il decreto Cancellieri rimane senza "lavoro", sarà inutile

PAOLO TOSONI torna a parlare della sempre più grave emergenza carceri in Italia, elogiando il recente decreto del ministro Cancellieri e suggerendo la strada che dovrebbe essere seguita  

Foto: InfoPhotoFoto: InfoPhoto

L’emergenza carceri nel nostro Paese non è solo la presenza di oltre 65.000 detenuti in strutture previste per circa 46.000 (questo è sicuramente il dato più eclatante), ma anche il fatto che la pena che si sconta in carcere ha completamente perduto il fine previsto dalla Costituzione: ossia la rieducazione sociale del condannato. Ciò è dovuto a molteplici cause. Il sovraffollamento crea condizioni quotidiane di vita dei carcerati sotto la soglia minima della dignità umana e ciò non favorisce certo la loro risocializzazione. Il noto fenomeno per cui migliaia di detenuti vengono arrestati e rimessi in libertà dopo pochi giorni o settimane impedisce un percorso rieducativo degli stessi. Ma, soprattutto, la scarsissima possibilità di lavoro per i detenuti, la mancanza di investimenti per favorire le cooperative esterne che offrono lavoro all’interno del carcere e gli ostacoli burocratici di un’amministrazione penitenziaria poco attenta a questo aspetto fondamentale sia per la vita del detenuto all’interno dell’istituto penitenziario, sia per il suo futuro da uomo libero.

Sono questi i principali (non unici) fattori che fanno del carcere un parcheggio di persone che hanno sbagliato, sono state condannate, devono scontare la pena, ma buttano via il tempo (a volte lunghissimo) della detenzione e non hanno una reale speranza per il futuro quando usciranno: anzi, per la stragrande maggioranza, l’unica alternativa è tornare a delinquere (basta vedere l’alto tasso di recidiva dei nostri detenuti). Se questa è l’emergenza, è evidente che il sistema carceri necessita di una riforma strutturale che riequilibri i numeri della popolazione carceraria con i posti effettivamente disponibili: ma, al tempo stesso, è altrettanto necessaria una riforma culturale della pena, che recuperi concretamente lo scopo rieducativo della stessa. In tale senso è imprescindibile un investimento materiale e concettuale sul lavoro all’interno del carcere: se si interviene solo in termini di capienza e non sulla modalità di esecuzione della pena non si risolverà il drammatico problema dei detenuti.

Il c.d. decreto “tampone” presentato dal nuovo Ministro della Giustizia Cancellieri ha più di un merito: risponde all’urgenza di sfoltire (anche se in modo parziale e insufficiente) le carceri; introduce più ampi margini ai magistrati di sorveglianza per la concessione della liberazione anticipata e della detenzione domiciliare, ancorando le loro decisioni ai criteri di cui all’art. 133 del c.p. in modo che ciò non avvenga per detenuti ritenuti pericolosi e per reati gravi, salvaguardando così le ragioni dell’ordine pubblico; favorisce per talune categorie di detenuti (tra cui i tossicodipendenti) la sostituzione della detenzione con l’obbligo di svolgere lavori di pubblica utilità.