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PERDONO?/ Caro papà di Luca, basta Facebook: ora la tua speranza è la libertà di tua moglie

Pubblicazione:lunedì 17 giugno 2013 - Ultimo aggiornamento:lunedì 17 giugno 2013, 8.25

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A cosa può aggrapparsi la disperazione? Solo alla speranza, anche se è un controsenso etimologico. Il papà di Luca, il bimbo di tre anni morto perché abbandonato al caldo chiuso in macchina, non si dà pace. Non riesce a perdonarsi, nel profondo, anche se mille sono le giustificazioni che può inventare per la sua assurda dimenticanza, come mille sono i segni di solidarietà, di comprensione, dalla gente della sua città, Piacenza, dai suoi amici, perfino da chi legge questi fatti di cronaca con le categorie della sociologia, della psicologia. Un uomo stressato, chi non lo è? 

Corriamo troppo, ecco la colpa. Troppe responsabilità, in questo periodo, poi. Problemi sul lavoro. Ma nulla, nulla di tutto ciò è sensato: perché nulla è più importante di un figlio di cui hai la responsabilità, che è carne della tua carne, bene supremo e dolcissimo, e daresti la vita per lui. Quindi, non ci si consola così facilmente. È umanissimo tentare una via d’uscita, sforzarsi di trovare un motivo, magari un capro espiatorio, perché il peso di un dolore così non si può reggere, è troppo. 

Ci prova anche il papà di Luca, a svoltare, a ripartire, a dare un senso alla perdita di quel bambino così inerme, lasciato tanto solo. Si è fatto promotore via facebook di un’iniziativa perché una norma di legge obblighi ogni genitore ad avere in macchina un dispositivo di allarme, che avvisi se qualcuno è rimasto chiuso inavvertitamente nella vettura. Pensate un po’. Una sirena per ricordare a padri e madri che hanno un figlio, o un vecchio nonno addormentato, o un cane, chissà. 

Come se l’imprevisto non trovasse altre vie per inchiodarci all’unica risposta sensata davanti alle tragedie che capitano: non siamo noi a darci e toglierci la vita, non siamo noi. Non possiamo tutto, non possiamo evitare l’attimo che arriva e segna la tua fine. Un incidente, una malattia, un attimo. E cambia tutto. Senza allarmi che tengano. Eppure è così facile: riconoscendo che non siamo onnipotenti, abbandonarsi a un’onnipotenza; vedendo che non possiamo salvare neppure i beni più preziosi che ci sono donati, rimetterli alle braccia de loro creatore. 

Sembra così ragionevole. Capire che nulla ha un senso e il dolore è inconsolabile, dannato, eterno. Inutile cercare palliativi o semplicistiche scappatoie. Oppure ogni dolore ha un significato, anche il più ingiusto e inspiegabile. Guerre, devastazioni, cataclismi, accidenti ci testimoniano ogni giorno che la vita è un vizio assurdo, se non ha un perché, se non ha un dopo. 


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COMMENTI
19/06/2013 - Il dolore (luisella martin)

Il dolore non si trasforma mai in rancore! E' invece il rimorso a trasformarsi,quando marcisce, in rancore; lo insegna Don Matteo in una delle sue istruttive puntate. Il papà di Luca non riuscirà a provare un vero dolore, fino a che non perdonerà a sé stesso la sua colpa. Non lo aiuterà nemmeno il perdono della moglie che, al contrario, potrebbe acuire il divario tra loro e quindi la sua disperazione. Credo che solo lui sappia quale sia la sua colpa, il peccato che ha dimenticato nascosto nell'anima. Dio non toglie mai la vita, però qualche volta permette che i nostri errori provochino una tragedia; ma in quel permettere, in quella "distrazione" di Dio é nascosto sempre un bene, per la vittima e per il colpevole. Qualche volta capiamo i disegni della Provvidenza subito, qualche volta non riusciamo a capirli: é un mistero! Se a volte non capiamo il perché del dolore che proviamo, meditando la Via Crucis riusciamo a capire però un po' del dolore di Dio; é questo che ci permette di perdonare a noi stessi!