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IL CASO/ Giuliano Ibrahim Delnevo è morto in Siria perché non sappiamo più essere padri

Pubblicazione:mercoledì 19 giugno 2013 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 19 giugno 2013, 8.53

Giuliano Ibrahim Delnevo (InfoPhoto) Giuliano Ibrahim Delnevo (InfoPhoto)

Giuliano Ibrahim Delnevo aveva vent’anni, era di Genova, si è convertito all’islam ed è morto tra le milizie degli integralisti islamici che si oppongono al regime in Siria. Marta ha diciannove anni, è di Genova, è cristiana - anche se lo ha un po’ dimenticato - e in questi giorni fa la maturità. Nessuno sa che cosa c’è nel cuore di Giuliano e nessuno sa che cosa c’è nel cuore di Marta. Ma entrambi hanno cercato, hanno lottato, hanno - consapevolmente o inconsapevolmente non so - desiderato essere di qualcuno. Lui lo ha fatto convertendosi al Dio Assoluto, al Dio unico che vuole essere Signore incondizionato della vita, non accettando il vuoto che il mondo occidentale gli ha proposto, aderendo - pare - al mondo mistico dei Sufi. Lei ha cambiato più volte ragazzo, è andata a tutte le feste della Genova bene e ha abbracciato il nulla che le è stato offerto proprio come le ha suggerito Nietzsche, tenendo il fiato e facendo finta di niente. 

Nessuno può giudicare Ibrahim e Marta. Forse sono stati nostri vicini di casa, forse hanno studiato con i nostri figli e forse, avendo entrambi una pagina facebook, sono stati piccoli campioni di Candy Crush o di Farmville. Ma il punto non è questo. Il punto è che oggi i nostri ragazzi possono vivere o morire, possono andare a Macerata o in Siria, possono essere atei o integralisti ma a noi frega poco o niente. Noi dobbiamo votare la scomunica dei dissidenti grillini in rete, dobbiamo leggere le ultime news politiche o spirituali della nostra tribù, dobbiamo programmare le vacanze o organizzare il nostro tempo, ma non ci interessa del cuore di chi abita vicino a noi. Quello è affare loro. Ognuno ha la propria storia. Ognuno deve vivere la sua vita. 

Così, storpiando il senso delle parole cristiane del nostro popolo, costruiamo nelle nostre città nuovi fortini intellettuali, nuovi clericalismi, nuovi centri di potere a cui interessa solo che niente sfugga, che tutto sia in regola e che ogni parola sia al posto giusto. E non ci accorgiamo di chi piange e di chi ride, di chi cerca e di chi domanda, di chi - spinto dal vuoto della nostra testimonianza - decide che sia meglio morire per Allah o per se stessi che vivere per Cristo. Per questo ci stupiamo quando ascoltiamo la storia di Marco Gallo che, morto prematuramente a diciassette anni, ci dice che “lo scopo del popolo Cristiano non è quello di assimilarsi a tutto il resto, di farsi trascinare nel baratro del vuoto, per vivere come amebe, ma di dare un’evidente testimonianza della presenza che abbiamo incontrato”. Per questo ci lascia allibiti papa Francesco quando ci invita a non pettinare la pecora che abbiamo trovato, ma ad uscire ad andare in cerca delle novantanove che si sono smarrite. 


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COMMENTI
19/06/2013 - La libertà del bene o del male. (claudia mazzola)

Mi scuso, ma tra Giuliano che va ad uccidere e Marta che fa la maturità c'è una bella differenza. Tutti e due però hanno bisogno di Misericordia.