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IL CASO/ Sig. Delnevo, le nostre formule vuote hanno ucciso suo figlio Ibrahim

Pubblicazione:giovedì 20 giugno 2013

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Esiste da decenni un silenzio che è culturale, ma anche civile e religioso, che lascia allo scoperto un’intera generazione che, come quelle che l’hanno preceduta, è venuta al mondo per ben altro. Giuliano non si è riconosciuto erede di una cultura, né espressione di una terra, né figlio di una storia: noi non siamo riusciti a convincerlo. Noi non siamo riusciti a persuaderlo non solo di quanto lui valesse, ma anche di quanto fosse importante il patrimonio che lo attendeva e che doveva portare avanti. Gli abbiamo presentato un’identità e una storia che ha trovato insignificanti e inconcludenti, quando non addirittura retoriche. Noi abbiamo tollerato che, per anni, pensasse tutto questo, tra un benessere materiale rispettabile ma insufficiente ed un progetto di vita che stentava a formarsi. Noi non lo abbiamo guardato, non abbiamo realmente preso in mano il problema che di fatto lo stava corrodendo: quello di una società opulenta che perde, giorno dopo giorno, le radici della propria stessa esistenza. Che perde libri, storie e ragioni, ma anche solidità dei legami e fraternità delle amicizie. 

Il relativismo culturale dominante ha fatto la sua ultima vittima facendogli credere che il Vero, scomparso dalle strade dell’Occidente, esistesse ancora in Oriente, dove tutto gli è apparso come più autentico, reale e fraterno. La fratellanza delle armi gli è apparsa come l’unica possibile, l’unica all’altezza della sua fame di verità e di giustizia. Il mito per il quale “tutto è possibile” gli ha fatto poi credere, a sua volta, che anche la scelta dell’altrove rientrasse tra le sue opzioni legittime. Giuliano ha veramente creduto che la sua storia potesse essere scritta da capo, in una nuova terra, con una nuova religione, una nuova fratellanza. Abbiamo perso uno dei nostri che non dovevamo perdere.



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