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CASO ORLANDI/ Il fratello: per sapere la verità su Emanuela ci resta solo papa Francesco

Nel trentesimo anniversario della scomparsa della giovane cittadina vaticana, il fratello PIETRO ORLANDI racconta come ha vissuto in questi anni e perché vuole ancora la verità 

Pietro Orlandi (InfoPhoto) Pietro Orlandi (InfoPhoto)

Il 22 giugno di trent'anni fa scompariva da Roma una ragazzina di 15 anni che, suo malgrado, avrebbe in qualche modo contribuito a cambiare la storia dell'Italia dopo gli anni di piombo e anche del Vaticano, sollevando una nube che ancora adesso stenta a diradarsi. Sul caso di Emanuela Orlandi sono stati in tanti a voler dire la loro, dalla lunga schiera di presunti testimoni fino al gran numero di esperti che hanno esposto le loro teorie su che fine abbia fatto la giovane donna sparita nel nulla in piazza Sant'Apollinare. E poi misteri e colpi di scena, ipotesi che hanno tirato in ballo i servizi segreti e lo Ior, Ali Agca e la Banda della Magliana e parole, tante parole. Ma anche tanti silenzi. E la figura di una ragazza con la fascetta in testa che nemmeno tre decenni hanno stinto, anche grazie al fratello Pietro che non ha mai smesso di cercare (e chiedere) la verità. Qualsiasi essa sia.

 

Trent'anni sono tantissimi: eppure lei è ancora qui, a chiedere di poter sapere cosa è successo a sua sorella. Come ha vissuto tutto questo tempo?

Il dolore e, a tratti, la rabbia, sono stati sentimenti forti per me e la mia famiglia. E a volte è stato difficile conciliare la “battaglia” che stiamo portando avanti, chiamiamola così anche se è un termine che non amo particolarmente, con la vita di tutti i giorni e con la quotidianità dei suoi problemi, con l'essere padre... Ma questa è una storia dalla quale non riesco a staccarmi e dalla quale non riuscirò a uscirne finché non si arriverà a capire cosa successe realmente. E non lo faccio solo per Emanuela.

 

E per chi fa tutto ciò?

Io sono convinto che tutta questa fatica possa servire in qualche modo a tutte le persone che sono state vittime di ingiustizia ma che si arrendono. Verità e giustizia sono quello di cui abbiamo bisogno tutti, quello di cui abbiamo sete. Per me Emanuela è una sorella, per mia madre una figlia ma in generale rappresenta coloro ai quali, in qualsiasi modo, è stato impedito di scegliere della propria vita.

 

Ha mai avuto, nel corso del tempo, la tentazione di lasciar perdere tutto?

Spesso mi sono sentito dire che avrei fatto meglio a desistere, ma la vicinanza della gente è stata enorme e mi ha aiutato ad andare avanti. È commuovente quando sento alcuni giovani – che nell''83 non erano nemmeno nati – che mi hanno ringraziato per aver risvegliato in loro quel senso di giustizia che era sopito e questa per me è già una vittoria grande.

 

Spesso la sua famiglia ha detto di essersi sentita abbandonata dalle istituzioni.

Sì, nel '97 l'inchiesta fu chiusa e ci sentimmo piccolissimi, schiacciati in mezzo ai grandi poteri, e la nostra voce non riusciva ad arrivare in alto. Ma, ancora una volta, sono rimasto stupito dall'aiuto ricevuto: prima mi sentivo una formica ma adesso sono parte di un grande formicaio. Non mi sono mai sentito solo.

 

Un sostegno di massa, chiamiamolo così, che continua ancora adesso.