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TRAGEDIA GRAN ZEBRU'/ Sei alpinisti morti: la bellezza vale più della vita?

Ieri sei alpinisti hanno perso la vita sul Gran Zebrù (3857 m), nel gruppo dell’Ortles. Il primo incidente al mattino, il secondo nel pomeriggio. La lettera di RENZO QUAGLIOTTO

Il Gran Zebrù (Summitpost.org) Il Gran Zebrù (Summitpost.org)

Caro direttore, dispiace che una cosa bella come l’alpinismo buchi l’attenzione dei media solo perché qualcuno se n’è andato. Quando ho saputo dell’incidente, non so perché, ho subito cercato di avere più informazioni possibili, come per allontanare il dubbio che sul Gran Zebrù, questa volta, fosse toccato a qualcuno che conosco. Non è stato così; non conoscevo le vittime, posso però dire qualcosa della passione che li ha condotti fin lassù, avendo io stesso salito il Gran Zebrù in più di una occasione.

L’ultima volta è stato solo pochi anni fa, in compagnia di amici molto, molto più giovani di me. Vede, quando andiamo in montagna, sembra sempre che l’incidente possa capitare solo agli altri. Adottiamo tutte le regole della prudenza, tutto il bagaglio tecnico che abbiamo messo da parte, ma la montagna ha sempre l’ultima parola. Anche quando, incolumi, torniamo alla macchina. Il Gran Zebrù, come del resto ogni altra montagna, non è cattivo, né “assassino”, né, come spesso si legge, chiede alcun “tributo”. La montagna se ne sta lì e basta. Il vero tributo lo paghiamo a noi stessi: al nostro desiderio di sperimentare, scoprire, realizzare, vedere l’immensità della natura in cui siamo immersi e viviamo. Il lato sportivo può nascondere a noi stessi questa aspirazione, che non può però sparire del tutto. A volte il suo prezzo può essere la vita. Chi va in montagna lo sa. Lo sapevano senz’altro anche gli alpinisti di Parma e di Novara (Daniele Andorno, 45 anni, Michele Calestrani, 43 anni, Matteo Miari, 22, ndr) precipitati al mattino; come dovevano saperlo anche i tre altoatesini (Matthias e Jan Holzmann, 26 e 30 anni, e Wolfgang Genta, 32 anni, ndr) caduti per una identica, tragica fatalità dopo avere fatto la parete nord. Ma allora, perché?

Leggeremo, sui giornali di stamane, le ricostruzioni dell’incidente. La mia impressione, da quel che si sa oggi (ieri, ndr) è che possano essere precipitati in quel temibile, ripido canalino che costituisce un passaggio obbligato per chi proviene dal Rifugio Pizzini e che mette in ansia chi sale e sopratutto chi scende da quella montagna. Un tratto ripido, dove è difficile proteggersi, e dove, se la neve non è coesa con il ghiaccio sottostante, può venire via facilmente, tradire chi la calpesta, trascinandolo a valle. Mentre per gli altoatesini precipitati dalla nord potrebbe aver ceduto un tratto di quella cresta ripida sottile che separa la parete nord dalla parete est.