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FINE VITA/ La "solidarietà" di Hollande che mette in pericolo la vita di Vincent Lambert

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A partire da certe considerazioni alcuni organi di informazione tendono manifestamente a montare un nuovo caso. La contraddizione che viene portata all’attenzione dell’opinione pubblica è tuttavia solo apparente. A ben vedere, infatti, essa discende da una considerazione della vicenda in un’ottica volontaristica del tutto inappropriata e totalmente deformante. Nel caso di specie, infatti, non si tratta di chiarire quale tra due contrapposte volontà – quella della moglie di Vincent o quella dei suoi genitori e dei suoi fratelli – debba prevalere sull’altra. Un’idea di questo tipo è del tutto estranea alla logica di una disciplina che impone al medico di sentire anche la famiglia del paziente incapace prima di assumere la propria decisione definitiva in ordine all’interruzione del trattamento, considerato inutile e sproporzionato, che lo mantiene in vita. E ciò perché la logica di una disciplina di questo tipo – e forse, più in generale, la logica dell’intero intervento del legislatore francese del 2005 – non è certo quella puramente contrattuale per cui il rapporto terapeutico si riduce a un qualsiasi rapporto di prestazione, in cui il medico è tenuto a soddisfare le richieste di trattamento del paziente, con la conseguenza che, ove quest’ultimo si trovi in condizione di incapacità e in difetto di direttive anticipate dello stesso paziente, bisogna individuare un altro soggetto determinato, il quale, in nome e per conto di lui, dia al medico le necessarie direttive.

Del resto, se la logica di fondo della loi Leonetti fosse davvero una logica di tipo contrattuale, il legislatore non avrebbe certo detto che il medico deve “consultare” le eventuali direttive anticipate del paziente, ma a queste ultime avrebbe piuttosto riconosciuto un carattere vincolante. Né avrebbe detto che il medico deve semplicemente “consultare” la famiglia del paziente, ma avrebbe piuttosto individuato il soggetto che, al suo interno, deve dare al medico le direttive vincolanti in nome e per conto del congiunto incapace. D’altra parte, nella logica contrattuale del rapporto di prestazione, la stessa necessità di una procedura di consultazione collegiale diviene difficilmente comprensibile.

La logica di fondo di norme come quelle che vengono qui in considerazione non è dunque una logica volontaristica di tipo contrattuale, ma è piuttosto quella di un’alleanza per la vita e contro la morte, di un dialogo tra il medico e il paziente – ovvero, in caso di incapacità di quest’ultimo, tra il medico e i suoi più stretti congiunti, anche laddove vi siano delle direttive anticipate – finalizzato a una migliore definizione delle concrete modalità di attuazione di un rapporto di cura che si conformi il più possibile ai valori della dignità della persona umana.