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FINE VITA/ La "solidarietà" di Hollande che mette in pericolo la vita di Vincent Lambert

Pubblicazione:venerdì 28 giugno 2013

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È chiaro allora che, ove ci si ponga correttamente in un’ottica di questo tipo, e cioè nell’ottica dell’alleanza terapeutica, non ha più alcun senso chiedersi se, in caso di visioni contrastanti nella cerchia dei più stretti congiunti del malato, debba prevalere la volontà di questo o di quello. Non si tratta infatti di individuare una volontà che, sostituendosi a quella del paziente incapace, fornisca al medico le necessarie direttive di trattamento. Si tratta piuttosto di raccogliere, in un dialogo costante tra medico, paziente e/o i suoi familiari, tutti gli elementi che possono servire a una migliore attuazione di un rapporto di cura, che, in quanto tale, deve rimanere pur sempre sottratto alla libera disponibilità delle sue parti.

Si comprende a questo punto come anche opinioni diverse e contrastanti tra i familiari del paziente possano benissimo coesistere. Nessuna di queste opinioni è infatti destinata a prevalere sulle altre, giacché il rapporto terapeutico non è mai attuazione della volontà di questo o di quello, ma è sempre per la cura del paziente. Nel caso di Vincent, quindi, la decisione del giudice non ha affatto mortificato il ruolo della moglie, facendo prevalere sulla sua volontà la diversa volontà dei genitori e dei fratelli. Il giudice ha dovuto piuttosto prendere atto che, nel dialogo tra i medici e i più stretti congiunti di Vincent, la voce dei suoi genitori e dei suoi fratelli è rimasta del tutto inascoltata ed è venuto così a mancare un elemento essenziale perché quel dialogo potesse dar corpo a un’autentica alleanza di cura tra medici e familiari.

La decisione del giudice, allora, non fa altro che rimettere in moto quel dialogo, che deve ora riprendere in maniera corretta, senza che nessuno dei familiari di Vincent possa pretendere di imporre agli altri la propria volontà, chiedendo ai medici, in nome e per conto di Vincent, di fare qualcosa che non sia a favore della vita del proprio congiunto, ma anche senza che neppure i medici, da parte loro, possano pensare di prendere delle decisioni contro la vita di Vincent, contravvenendo così ai propri doveri deontologici. La professione del medico, infatti, per sua natura, è sempre per la cura del paziente, e dunque per la sua vita.



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