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CASO MORO/ Giovagnoli: ecco perché le dietrologie su Cossiga non reggono

Si torna a parlare del “caso Moro”: per la prima volta infatti parla Vito Raso, artificiere che ispezionò la Renault 4 contenente il corpo di Moro. Riparte il complotto. AGOSTINO GIOVAGNOLI

Aldo Moro (Immagine d'archivio) Aldo Moro (Immagine d'archivio)

In Francia e in altri paesi europei si guarda con stupore e curiosità all’ossessione italiana per l’“affaire Moro”. Ci si chiede perché, a più di trentacinque anni di distanza, si continui a cercare prove a sostegno di un complotto i cui elementi cruciali continuano a restare incerti e indefiniti. Sono dubbi che invece non hanno corso in Italia, dove qualunque occasione viene colta dai principali quotidiani per rilanciare con grande serietà la tesi di un complotto intorno alla morte di Aldo Moro. È accaduto di nuovo con una intervista all’artificiere Vito Raso, che per primo cominciò ad ispezionare la Renault 4 posteggiata in via Caetani il 9 maggio 1978 e in cui poi fu trovato il corpo di Moro. 

L’attenzione giornalistica verso il suo racconto appare giustificata: è la prima volta che questo testimone parla pubblicamente, perché finora né la magistratura né la stampa gli ha mai chiesto i suoi ricordi di quella giornata indubbiamente storica. Meno giustificato è invece il tentativo di usarne le parole per “riaprire” il caso Moro. Raso, infatti, non ha mai sentito il bisogno di parlare ed egli stesso afferma di non aver mai creduto di avere informazioni importanti da dare. Giornali e mass media, invece, pensano che le sue relazioni siano esplosive. 

Secondo alcuni, infatti, la sua testimonianza proverebbe che Cossiga era informato della presenza del corpo di Moro nella R4 ben prima della telefonata delle Br al prof. Tritto, alle 12,13 del 9 maggio. Ma tale conclusione non appare fondata. Anzitutto, è noto che testimonianze rese a tanta distanza di tempo non possono essere considerata sicuramente attendibili, specie per quanto riguarda particolari come quelli che concernono i tempi degli avvenimenti. Lo conferma il confronto con il ricordo di un altro artificiere, intervistato per suffragare il racconto di Raso, che sopraggiunse più tardi a via Caetani: tra i due racconti esistono divergenze perfettamente naturali dopo tanto tempo. 

Raso, inoltre, racconta di aver cominciato ad ispezionare l’auto intorno alle 11 o 11,15 e di aver concluso l’operazione solo dopo un’ora e mezzo o due ore. E solo al termine dell’ispezione avrebbe sollevato la coperta che copriva il corpo dello statista, dopodiché avrebbe informato l’allora ministro dell’Interno – presente sulla scena seppure ad una certa distanza – del ritrovamento. In base al suo racconto, dunque, Cossiga sarebbe stato informato dopo le 12,30 o, probabilmente, anche più tardi, dunque dopo la telefonata al prof. Tritto. Ciò spiegherebbe  perché Raso non abbia notato una particolare reazione di Cossiga al suo annuncio: questi sarebbe già stato al corrente della presenza del corpo di Moro sull’auto, non per motivi misteriosi ma per quelli sempre indicati dalla ricostruzione ufficiale.