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STATO-MAFIA/ Sechi: se Riina era andreottiano, Scalfaro cos'era?

Mario Mori (InfoPhoto) Mario Mori (InfoPhoto)

In quell'ampio testo come in altri documenti da noi rinvenuti in quanto consulenti della Commissione, si afferma che certamente ci fu un negoziato che definirei tacito, cioè un accordo di fatto. Nessuno ha mai dichiarato di parlare a nome del ministero dell'Interno o dello Stato, e neanche Riina penso abbia mai sostenuto di avere interpellato, ricevendone il consenso, gli altri dirigenti di Cosa nostra. Ma l'esito finale fu di avere concordato una linea di compomesso. Il dott. Tricoli l'ha simboleggiata con un termine latino, facta concludentia.

Può ricordare su che cosa avvenne questa sorta di intesa tra lo Stato e il suo principale nemico?
Le richieste della mafia sono indicate nei cosiddetti "papelli" che hanno al proprio centro l'impegno a porre fine alle bombe e alle stragi del 1993. Lo Stato lascia intendere quel che poi avvenne, cioè che, se la politica del terrore aperto inaugurata da Riina e proseguita, dopo il suo arresto, da Brusca, dal cognato Bagarella e dai fratelli Graviano fosse stata rivista, si avrebbe potuto avere, come in parte ebbe luogo, un miglioramento dell regime carcerario, cioè l'allentamento del cosiddetto 41 bis. Una linea, si può dire, di reciproca desistenza.

A trattare furono, dunque, Mori e De Donno?
Certamente, avevano avuto il mandato di penetrare nella roccaforte della mafia e di fare arrestare i suoi massimi dirigenti. Esattamente quanto hanno fatto, ma ora uno Stato debole, preda di nevrosi da Grande Fratello, li persegue, vuole tenerli in galera per decenni. È lo stesso comportamento di somma ingratitudine avuto nei confronti del Col. Stefano Giovannone, al quale dobbiamo il "governo" del terrorismo arabo-palestinese, la sua neutralizzazione.

Ma lei esclude che Riina voglia coinvolgere altri pezzi dello Stato?
Non lo escludo per nulla, ma non ne ho alcuna certezza.

Ciò che viene fuori alla fine è l'attendibilità di una gola profonda, cioè Massimo Ciancimino.
Per la verità, sulle sue affermazioni non esiste un giudizio unanime della magistratura. Esso è a pelle di leopardo, e quindi non mi imbarcherei in una dichiarazione perentoria. Certamente, però, dobbiamo a Ciancimino di avere sollevato il velo che ha a lungo nascosto lo scambio di favori tra la mafia e lo Stato.

Dal ministro della Giustizia Giovanni Conso agli apparati dello Stato e agli stessi cappellani delle carceri ci fu una filiera di forze che si mossero per mitigare la durezza delle pene inflitte ai mafiosi. Di questo compromesso tra Stato e mafia fece parte il tradimento di Provenzano, cioè la sua decisione di consegnare Riina allo Stato?
I magistrati non hanno potuto provare quanto lei dice. Ma non c'è alcun dubbio che il covo di Riina venne perquisito con enorme ritardo. Anzi si raccontarono delle favole ai media e all'opinione pubblica, dicendo di ignorare dove si svolgesse la latitanza di Riina. Invece lo si sapeva perfettamente e ci fu chi se ne servì anche per un interesse proprio.

Professore, sta insinuando che Provenzano abbia consegnato il suo compagno Riina allo Stato…


COMMENTI
11/07/2013 - Domande attuali (Giuseppe Crippa)

Ricordo che “Forza Italia! Associazione per il buon governo” è stata legalmente costituita il 29 giugno 2003 e che Silvio Berlusconi aveva fatto esternazioni di natura politica già a partire dalla seconda metà del 1992. La mafia mise in atto il 28 luglio 1993 due attentati potenzialmente gravi nelle chiese di san Giovanni in Laterano e di San Giorgio in Velabro, ed uno potenzialmente gravissimo il 31 ottobre 2003 allo Stadio Olimpico di Roma. Forza Italia quindi non è nata dopo la fine della strategia stragista… In attesa della sentenza della Cassazione che potrebbe confermare definitivamente il concorso esterno di Marcello Dell’Utri in associazione mafiosa continuiamo pure a porci l’attualissima domanda: “La DC, in alcune sue correnti, era legata alla mafia?”