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Cronaca

IL FATTO/ Addio a Giuseppe Baiocchi, l'amico di Tobagi a cui non piaceva il pensiero unico

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Strinse i denti Baiocchi e continuò a mantenere le stesse idee e a lavorare al Corriere della Sera. Ci è rimasto per 23 anni. Divenne un testimone del passaggio dalla prima alla cosiddetta seconda Repubblica e non risparmiò critiche azzeccate, puntualizzazioni anche irridenti verso questo "grande cambiamento" molto sponsorizzato e forse in parte teleguidato dalle stanze "che contano" di via Solferino. Quando gli inviati andavano in "missione", cioè giravano l'Italia, Roma soprattutto e i suoi palazzi, per "pezzi" politici, Baiocchi consigliava, poi leggeva attentamente gli articoli e azzeccava sempre il titolo.

Non era un personaggio facile, il Baio, le sue idee le difendeva con tenacia e spesso ci si trovava in contrasto. Ma in tutti i casi "metteva i punti sulle i" sempre in modo logico e ragionato.

Chi scrive aveva una grande dimestichezza con Baiocchi e un'amicizia che travalicava spesso alcuni contrasti. Insieme conoscemmo la Lega e Umberto Bossi nei primi anni Novanta e ci interessammo a questo fenomeno che, pur figlio della cosiddetta seconda Repubblica, sembrava in grado di portare un profondo rinnovamento nella società italiana. Il Baio aveva anche una casa a Ponte di Legno, dove spesso mi ospitava, e questo favoriva i lunghi incontri notturni con Bossi. Vedevamo con indipendenza i pregi e i difetti del senatur, ma alla fine restai deluso io e poi anche Baiocchi, che per un periodo diventò direttore de La Padania.

Ne riparlammo il 28 maggio di qualche anno fa al "Parini", il liceo che aveva frequentato Walter, per una delle tante tristi commemorazioni che avevamo fatto insieme.

Anche in quell'occasione, l'ultima in cui ci siamo visti e parlati, il Baio sembrava sempre uguale, lucido, pessimista sul futuro italiano, alto e grosso, con la perenne sigaretta in bocca. Mi parlò in quell'occasione soprattutto della sua famiglia che adorava. Qualche mese fa, mi arrivò la notizia della sua terribile malattia e qualche settimana dopo gli telefonai. Mi disse, con grande lucidità e anche tranquillità, che "tutto quello che si doveva fare, era stato fatto". Ma che di certo non stava bene. Parlammo delle solite nostre cose, naturalmente anche di Walter. Poi mi salutò, sperando che ci vedessimo presto. Lui, il più giovane di noi "ribelli", è arrivato a rivedere Walter prima.

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