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INFELICITA'/ I giovani inglesi sono tristi? Colpa nostra che non siamo più "bambini"

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Ancora una volta dovremmo provare a tornare noi bambini. E permettere che i bambini ci rendano simili a loro. Non è un regresso, né un ritorno a un lost paradise, quanto l'acquisizione di una prospettiva che avevamo già e che dobbiamo recuperare, dopo essere passati dalla pubertà.

Guardiamo i bambini per orientarci. Anzi, guardiamo ai bambini. 

Giocano, ossia lavorano, con una serietà impressionante, perché a loro piace trasformare il reale tramite la loro opera: una torre di mattoncini può essere costruita, buttata giù e ricostruita anche dieci volte, senza noia o frustrazione. 

Presentano il loro corpo, a volte anche nudo senza scandalo né malizia, a chi è presente perché il corpo è a disposizione dell'altro in modo che se ne faccia qualcosa con beneficio di tutti. 

Commerciano, ossia trafficano in continuazione. Scambiano e vendono figurine, biglie, libri, piccoli oggetti, senza antagonismo, senza voler fregare nessuno, con l'idea che il guadagno personale non coincide necessariamente con la perdita di un altro.

Hanno futuro, proprio per il fatto di non preoccuparsene troppo. Fra una settimana o un mese, non cambia poi tanto: non è ora, è un punto del tempo che verrà, prima o poi. E se la cosa è bella, come il compleanno o Natale o una gita attesa, meglio che venga prima. Investendo sull'oggi costruiscono il loro futuro, senza angosce.

Noi adulti possiamo pensare grandi programmi per aiutare i giovani in Uk come da noi e faremmo bene a metterci la testa e le mani. Ma la soluzione, per noi e per loro, passa dal riconoscere il valore dei più piccoli. Dobbiamo solo scoprire il modo per farci come loro, senza cadere in quel patetico infantilismo di ritorno di cui solo l'adulto sa essere capace. Si tratta di iniziare a pensare come loro e smetterla di disorientarli.



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COMMENTI
24/07/2013 - Bambini tristi (Carla D'Agostino Ungaretti)

Certo che sono tristi! Lo sono i bambini inglesi e presto lo saranno (se non lo sono già) quelli italiani. Noi adulti abbiamo dato loro un mondo tremendo, molto peggiore di quello che hanno dato a noi i nostri genitori e nonni, che pure hanno vissuto la tragedia della II guerra mondiale. Ma almeno allora la famiglia funzionava, e c'erano la speranza e la fiducia di costruire un mondo migliore. Oggi gli adulti non hanno più la speranza e se non l'hanno loro, come possiamo sperare che l'abbiano i giovani? Siamo riusciti a trasmettere loro solo valori negativi: il profitto, il look, gli abiti firmati, il sesso libero, il culto dell'apparire invece di quello dell'essere. Ed ora ci si mette anche la legge sull'omofobia. Dovremo insegnare ai nostri figli che è opportuno avere esperienze omosessuali adolescenziali, tanto per capire a quale sesso si vuole appartenere? Ma ci rendiamo conto della follia del relativismo? Come faranno i nostri figli e nipoti ad essere sereni se non hanno più ancoraggi sicuri cui fare riferimento esistenziale?