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DIARIO DA RIO/ Nella favela con papa Francesco ballando la "bossa nova" del cuore

Pubblicazione:venerdì 26 luglio 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 26 luglio 2013, 23.31

(Immagine d'archivio) (Immagine d'archivio)

Insomma tutto per dire che non è che fossimo proprio ben disposti, bagnati com'eravamo fino alla mutande, dopo aver assistito ad un evento istituzionale e giornalisticamente irrilevante. Eppure l'arrivo nell'area di Manguinhos, pochi minuti dopo, dove la faraonica stazione del treno metropolitano si innalza sulle casupole di mattoni rossi e tetti di lamiera, ha scombussolato lo stomaco e fatto raddrizzare le antenne. Migliaia di persone accalcate ai lati dell'unica strada asfaltata, bordata di casupole a due piani, straripanti di corpi e teste. Militari in assetto di guerra, con moto di grossa cilindrata a fungere da transenne, uomini, donne, bambini ed anziani che urlavano in un portoghese deformato ogni genere di inno e in sottofondo una musica travolgente, ritmata, che faceva sussultare i muri e le pozzanghere. 

Ci hanno trascinato verso il campo di calcio dove il Papa avrebbe poi tenuto il discorso, passando davanti all'unico edificio compiuto, la cappella di San Girolamo, con il parroco e il consiglio pastorale già schierato. Facce, occhi, piedi sporchi e stracci trasformati in bandiere, e poi fango, gocce e le mie scarpe che affondavano tra la melma. Una corsa dentro Varginha, tra la baraccopoli "pacificada", dove ancora si aspetta l'acqua corrente e la luce si ruba ai pali dei ricchi. E poi la scoperta della nostra postazione occupata da quella folla trepidante, l'ingresso sul terreno di gioco da un buco nella rete e l'impatto con un popolo che si è presentato all'incontro con il Papa portando solo se stesso. 

L'erba su cui centinaia di ragazzini inseguono un destino da fenomeni del calcio era consumata da una umanità sconcertante, poveri spuntati dalle strade diventate rigagnoli, dalle casupole con le finestre di gomma, da ricoveri di fortuna. Corpi tatuati, trecce nere e infinite, mamme con in braccio bambini dai capelli ossigenati, anziani sdentati e militari, tappezzavano festanti il campo, con i piedi che sguazzavano nelle pozze d'acqua e i capelli appiccicati alla fronte, grondanti pioggia. Una comunità allenata a sopravvivere, improvvisamente baciata dalla sorte. Ovunque posassi lo sguardo coglievo gioia allo stato puro. 

E gratitudine. Esplosa quando Francesco si è finalmente arrampicato sul palchetto rivestito di teli. Il Papa tra noi, mi ha detto una giovane donna, scuotendo la testa. Piangeva. Ma di felicità. Non so cosa significa essere poveri. E ringrazio il cielo. Ma non saprò mai cosa significa non avere nulla e scoprire di poter ottenere tutto. Ecco, quella donna aveva uno sguardo così. Vedeva per la prima volta il Papa, nella sua favela, tra i suoi amici scalcagnati, nelle strade che fino a qualche mese fa erano teatro di scontri tra bande rivali di narcotrafficanti e polizia, e gridava di gioia.


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