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DIARIO DA RIO/ Nella favela con papa Francesco ballando la "bossa nova" del cuore

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

RIO DE JANEIRO - Ho trottato dietro Francesco tutto il giorno. Io sono sfatta, lui è lì sul palco schizzato dall'oceano che ride, ascolta e abbraccia più di 800mila persone. Il lungomare di Copacabana, quello dai mosaici ad onda e i bikini invisibili, dei venditori di capirinha e la sabbia tappezzata di pareo, è uno spicchio umano. Ballano e cantano i ragazzi, sotto la pioggia che non ha cessato un istante di battere su Rio de Janeiro. La festa è iniziata e non c'è tempo per asciugarsi, bisogna fare quello che ha suggerito il Papa: "Bota fè". Metti fede. Ma anche "metti speranza", "metti amore", e soprattutto "metti Cristo". 

Imperativi e ordini del "Comandante Francisco", il condottiero di una Chiesa all'assalto, pronta ad inondare di Bellezza e Amore il mondo. La Chiesa viva e giovane che aveva già intravisto Benedetto oltre le macerie frutto dell'assedio della modernità. Una chiesa che si riconosce nei volti dei ragazzi arrivati da tutto il mondo nella baia più celebre del continente latino-americano, pronta a capitalizzare l'energia che si sprigiona davanti alle onde dell'Atlantico. "È bello per noi stare qui" ha detto Bergoglio, ripetendo le parole di Pietro al Signore dopo averlo visto nella sua Gloria. 

Già, è bello. È bello guardare il futuro dell'umanità danzare con Dio al ritmo della "bossa nova", mischiare gli slang, pregare in riva al mare incurante delle nubi e del vento freddo. Come è stato bello vedere il successore di Pietro tra il fango della favela di Varginha, con la veste bianca chiazzata d'acqua, le braccia spalancate come il Cristo del Corcovado ad abbracciare quel popolo nudo ed eletto che lo attendeva da giorni, pronto a toccare il suo cuore, con una fede semplice e tenace. 

Devo confessare che noi giornalisti al seguito eravamo già provati dal primo appuntamento del mattino, quello consumato davanti al giorgiano Palàcio da Cidade, con sindaco, giunta e atleti pronti a consegnare a Francesco le chiavi della città, per ottenere in cambio una solenne benedizione delle bandiere olimpiche e paraolimpiche. Una cerimonia surreale, sorvegliata dalla favela di santa Marta, l'agglomerato di case sorto sulla collina retrostante, dove si aspetta che le scommesse fatte da Brasilia portino frutti, e circondata dal verde rigoglioso della foresta urbana che contorna la sede del governo di Rio. Noi giornalisti fradici come sotto la doccia (ma il comitato organizzativo locale, il famigerato Col non aveva contemplato l'eventualità del maltempo?) e Papa Bergoglio che se la rideva, guardando incuriosito quell'assembramento improbabile di soggetti vari. 


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