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METE D’ESTATE/ Perché ristoranti e trattorie non ci servono più l'uovo e il pomodoro?

Pubblicazione:venerdì 26 luglio 2013

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Invece mi sono trovato nel cortile di un perfetto franchising, col mio tavolino numero 61, come un cliente in batteria. E qui ho meditato sul valore della trattoria italiana, che non è solo cibo, ma anche cuore. Il cuore, tuttavia, l'ho ritrovato poche sere dopo dai fratelli Alciati, che sempre sotto l'ala di mister Farinetti hanno aperto il nuovo Ristorante Guido nei tenimenti della Bela Rosin, l'amante del re (e Berlusconi è un dilettante a confronto di un leggendario re che – si narra – regalava la licenza di sali & tabacchi a chi era stato gentile con lui). Siamo a Fontanafredda a Serralunga d'Alba (via Alba, 15 - tel. 0172458422), dunque, ad assaggiare il peperone ripieno e l'agnolotto che faceva Lidia, la mamma di Ugo (il cuoco) e di Piero (il maitre); quindi il vitello tonnato roseo e perfetto. Insomma il racconto di una storia, che rischia di perdersi nelle repliche dei franchising, come in molti casi è andata a perdersi la pizza o il gelato. Ma noi italiani non siamo fatti per l'appiattimento: vogliamo la sostanza. E se c'è la crisi, non è vero che la gente diserta in assoluto l'andare fuori a cena. Ci va volentieri a un patto: che quel che paga abbia il giusto valore, come alla Degusteria di Longobardi dove spendi intorno ai 25 euro. Ma capisco molto bene perché sia sparito il pomodoro saporoso da tante tavole: qualcuno si vergognava a farlo pagare tanto. E se iniziassero a regalarlo? Già potrebbero cominciare così certo chef Stellati, magari in quei bistrot che raddoppiano l'offerta di tanti ristoranti celebri, gli stessi che molto spesso, anche grazie alla stella, si sono ritrovati vuoti.



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