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DIARIO DA RIO/ Ecco il "mio" Papa Francesco, ha bisogno anche di me

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Papa Francesco (Foto: Infophoto)  Papa Francesco (Foto: Infophoto)

Ok, il flashmob è stata un’idea geniale. Vedere la mezza luna di sabbia carioca ballare all’unisono, e contagiare i vescovi con mitria in testa posizionati sulle ali del palco valeva il viaggio a Rio. Per non parlare del Gloria a ritmo di samba durante la celebrazione conclusiva. E che dire di Joazinho e Zezinho, padri dehoniani, che si muovevano sui megaschermi con la disinvoltura e il fascino dei predicatori evangelici, portando al parossismo l’eccitazione dell’oceano umano che contrastava le onde dell’Atlantico? Touché.

I brasiliani hanno segnato al 90°, anzi in pieno recupero. Ditemi una GMG dove alla fine di una settimana di passione, tra materassini sgonfi e sacchi a pelo, file chilometriche per mangiare, bere, fare la pipì, oltrepassare varchi e accedere ad aree, ma anche per confessarsi e fare la comunione, spostamenti forzati e condivisione obbligata puoi sciogliere la fatica in un refrigerante bagno tra cavalloni schiumosi. Liberante non c’è che dire. Soprattutto se becchi la prima giornata di sole da una settimana. JMJ finita, caput. Si volta pagina e si guarda a Cracovia che non avrà sabbia e mare, ma può contare su un attaccante di sfondamento come GPII, per il 2016 certamente anche avanzato di grado, da beato a santo. Mentre attendo Francesco nella sala d’attesa della base aerea do Galeao, in compagnia di colleghi completamente liquefatti dall’acidosi di fine viaggio, ripenso all’ultima giornata del “Francisco brasilero”, vera superstar del megaevento finale. Voglio trattenere solo ciò che vale per me: non ciò che può interessare i lettori, gli osservatori, gli analisti della prima e ultima ora. 

1. Francesco che percorre a bordo della Jeep i 4 chilometri in riva all’oceano. Incantevole: da giovedì ha fatto quattro volte il percorso e tutte le volte ha fatto impazzire le folle e affascinato i cronisti. Dalla tribuna stampa da cui guardavo la spiaggia tappezzata di teste e i grattacieli assediati, osservavo lo spettacolo di una umanità magneticamente catturata, che sciamava ora a destra ora a sinistra a seconda di come lui muoveva il corpo e si concedeva alla sguardo. E poi quella macchina sommersa da magliette, bandiere, felpe, papaline e biglietti, lettere e pupazzi. Le soste ogni volta rivelatrici di un nuovo tratto, di una diversa disponibilità, di una tenerezza inedita. E i sorrisi, i baci lanciati, gli ammiccamenti, i gesti di intesa. Quella paternità esibita con gli abbracci ai malati e le carezze ai bambini. Mai un cenno di fastidio, un’incertezza, una comprensibile ritrosia. Ho pensato, solo uno dannatamente furbo riesce a imbrigliare i cuori così. Oppure uno drammaticamente vero. Propendo per la seconda ipotesi. E per il fatto che questo è un Papa da guardare, anzi da ancorare con gli occhi, per ritrovare in potenza la sua passione per l’uomo e per Dio.

2: Il momento dell’offertorio, quando ha preso dalle mani di genitori coraggiosi una bambina anacefala. Poche miracolose ore di vita all’attivo. Un’esistenza a termine che sfida la pietà del mondo. E lui che fuori dalla cattedrale dove aveva celebrato messa con i vescovi di tutto il mondo, il giorno prima, aveva chiesto al padre e alla madre di portarla sull’altare, come segno dell’accoglienza della vita. Dio dà e Dio prende. Niente è nostro. Ma con Cristo tutto è dono. Tutto è nostro. La fede è semplice, aveva raccomandato, ai vescovi brasiliani nel banchetto a sorpresa. Oggi lo ha mostrato. Affermando il valore della vita, ricalcando il gesto di Abramo, senza intellettualismi, né dogmi, ma con la sola dipendenza dal Dio amore.


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