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PAPA E GIORNALI/ Quella parole di Francesco che il potere vuole cambiare

Pubblicazione:martedì 30 luglio 2013 - Ultimo aggiornamento:martedì 30 luglio 2013, 9.15

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Non siamo un gruppo di amici che passa del tempo insieme, nè un partito di ideologi che punta al potere sulla terra. Siamo sempre quelli là, quelli della spiaggia di Galilea, che vivono l'amicizia come una virtù che schiude le porte all'amore di Dio, che stanno insieme e costruiscono opere col solo anelito di far conoscere al mondo la potenza e l'amore del Maestro. Che non è Uno dei Re di questa terra. Ma che ha "un nome che è al di sopra di ogni altro nome". Un nome che gli altri non riescono a comprendere e che continuamente riducono a strategia e a pensiero, mentre invece è un nome banale, semplice: Gesù, Dio salva. Come a ricordare, ogni volta che lo si pronuncia, che siamo ospiti grati di una storia che non è nelle nostre mani. Se i giornalisti capissero questo certamente la smetterebbero di credere che il Papa stia smantellando la dottrina della Chiesa, che quando dice "chi sono io per giudicare un gay?" stia aprendo le porte a svolte epocali prive di ogni conforto teologico: Egli sta solo riportando la Chiesa al Vangelo semplice e puro, sottraendola alla tentazione di essere il substrato ideologico di una classe dirigente che ha paura di non sopravvivere ai "cambiamenti di un'epoca", separandola dal Destino di una civiltà che ormai sembra essere giunta al capolinea e che, a suo tempo, ha già rifiutato la Chiesa come maestra e come madre. Grazie Papa Francesco, grazie di impedire a tutti noi di ridurre la Chiesa ad una cortigiana del potere dominante. Un po’meno grazie a tutti gli altri che, invece di far confusione, dovrebbero aggiornare le loro coordinate storiche e teologiche ad un'Istituzione che, pur avendo duemila anni, dimostra di saper correre "alla velocità dello Spirito". Ovvero più veloce delle loro penne.



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