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Cronaca

IL CASO/ Quel "database della morte" che smonta la nostra certezza di essere buoni

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Sono le ultime parole dell’ultima condannata a morte nello Stato del Texas, Kimberly McCarthy, uccisa da un’iniezione letale lo scorso 26 giugno. La quarta donna e la 500esima esecuzione capitale del Texas. Non mi interessa il referendum permanente pena di morte sì/pena di morte no: la riduzione della posta in gioco fa male a tutti. È un’altra iniezione letale. Mi immedesimo nel percorso che va dall’inizio della tempesta carceraria, nel braccio della morte, alla fine di una vita passata, nelle ultime fasi, a rivedere, passo dopo passo, quell’incompiuta che siamo noi; mi colpisce il corpo che reclama vita e il dolore di una persona che non può più trovare accompagnamento, perché lo stop è ora; mi scava dentro la genìa di eredità che a un uomo o una donna è toccata in sorte e che la sua libertà non è riuscita a tradurre in frutti miracolosi. 

È il non-potere-più che mi strazia e quel boia è uomo e criminale come tutti noi. Tutti noi che uccidiamo ogni giorno e creiamo l’ideologia della morte un tanto a pezzo, facendola passare per gaiezza di costumi. Se fai un passo indietro, quando sei di fronte allo specchio, mentre ti fai la barba o ti ripassi il trucco, trovi la stessa boria del male, figlia, forse, della banalità del male. Un continuum di morte per mano molliccia e stanca di vita.

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