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IL CASO/ Mario, 19 anni: i soldi, la vita e quella carezza persa per sempre

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Ha avuto un’educazione semplice, sana. Sacrificio, pazienza, pochi grilli in capo, lavoro. Mica facile, trovare il lavoro, lui ci aveva pure provato, cose saltuarie, qua e là, ma non bastavano a vivere. Si sa, giocando ci si prova, e poi chi ci pensa, a non fermarsi più. Fino al baratro. 

Allora ha preso carta e penna, e ha scritto alla mamma. Perdona, le ha scritto. Ha vuotato il sacco, ha chiesto una carezza e una preghiera, per farsi accompagnare pieno di rimorso e nostalgia. Straziato dal dolore di sé. Come avrà letto quella donna, le sue parole, mentre i carabinieri trovavano il corpo straziato. Quanto avrà gridato a quegli angeli muti, che aleggiano sulla chiesa del Soccorso, per un miracolo che non c’è stato. 

Chissà. Che ne sappiamo noi degli angeli, dei santi. Di quante mani avranno sorretto il suo ragazzo perché il risveglio non fosse così doloroso e crudele. Perché trovasse la pace e quell’abbraccio che aveva a lungo cercato. Poi, discutiamo, e seriamente, di quelle ludopatie che sociologie e psicologi  considerano tra i mali più gravi della nostra società in crisi. Chiediamoci perché lo Stato le fomenti, le promuova, ci marci su, insomma, per fare cassa, permetta la pubblicità, concentrandosi di tanto in tano in proclami e reprimende vane, perché senza volontà concreta di cambiare, di far piazza pulita e rinunciare al denaro sporco che dal gioco d’azzardo proviene. 

Discutiamone. Ricordando che la libertà è il bene più grande e prezioso che abbiamo, e possiamo giocarcela, quella sì, anche nel male e per il male. Non sempre dipende solo da noi. Dipende da chi ci sta accanto, da chi soprattutto non c’è, a darci una mano vera e amica. Ragazzo che volevi volare, che il mare ricordi il tuo nome, e che la tua famiglia possa trovare la pace.



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