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IL CASO/ Mario, 19 anni: i soldi, la vita e quella carezza persa per sempre

Pubblicazione:venerdì 5 luglio 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 5 luglio 2013, 10.33

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Bisogna averla vista Ischia, per pensare che nessun posto al mondo è più bello e struggente per viverci. Nessun posto canta meglio la vita, la bellezza. Come se tutte le brutture che l’uomo ha saputo inventare ne restassero lontane, da quell’isola baciata da sole, mare e montagna, linda, fiorita, azzurra e verde e bianca di schiuma e scogliere. Bisogna averla vista, la chiesetta del Soccorso, a Forio d’Ischia, arroccata lassù, sentinella di marinai e naufraghi, fortezza gentile, un faro di luce, un anticipo di cielo. 

Non è servito, il soccorso pietoso a chi ha scelto il suo sfondo da cartolina per un tuffo mortale. Non l’hanno sorretto, gli angeli, il corpo di quel ragazzo che ha chiuso gli occhi, e si è schiantato sulle rocce, a pochi metri dall’acqua. Diciannove anni, figlio di quella terra, dove pare che non esista turbamento né dramma possibile, dove ci si aspetta che le difficoltà siano nella penuria di turisti, in una pesca ridotta, nella paura di cataclismi della natura che in passato l’hanno fatta sanguinare. 

Ma la felicità, se non è qui, dov’è. È in noi per qualcosa che è fuori di noi. È in noi per il bene, il senso, l’amicizia, che ci abbracciano e ci tengono su, nei giorni più duri. È in noi, e non contano le condizioni, quali esse siano, per goderne la pienezza. Diciannove anni. Il corpo già abbronzato, fremente di un’estate finalmente arrivata. La ragazza, i tanti sogni, anche quelli di andar via, perché così fan tutti, quaggiù. Per cercare lavoro e fortuna in continente, dicono, e poi tornare e sentirsi privilegiati di un tale porto, per i fine settimana, per respirare aria pura e perdersi in visioni mozzafiato, coccolarsi i vecchi, metter su famiglia, con la bambina con cui giocavi in piazzetta da piccolo, che s’è fatta grande, e attira gli sguardi dei più audaci. 

Diciannove anni, e averli buttati, insieme a tutti i soldi che aveva, nel gioco. In una notte soltanto. Nessun maledettismo da bisca, nessuna venatura romantica. Il gioco delle slot non ha neppure le flebile dignità di ispirare un racconto d’avventure. Giochi da solo, perdi da solo. Implacabilmente, non riesci a fermare gli ingranaggi telematici che ti stritolano, poco a poco. Manco un poco di buono accanto cui chiedere un prestito, una scazzottata per provare a rifarsi. Perdi, e con quella sconfitta virtuale, in cui il ragazzo ha impegnato i pochi risparmi, se ne va l’onore, la speranza, la fiducia. Il paese è piccolo, tutti sapranno. È un bravo ragazzo, il ragazzo. 


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