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IL CASO/ 2. Tito Traversa, alla vetta più alta sei arrivato tra le braccia del destino

Pubblicazione:domenica 7 luglio 2013

Tito Traversa (titotraversa.it) Tito Traversa (titotraversa.it)

La notizia in fondo è semplice e brutale, come tutte quelle di cronaca, senza scampo, scabra.

Riporta: un ragazzino di soli 12 anni è morto perché ha battuto la testa, un trauma cranico gravissimo, cadendo da una parete rocciosa. I genitori affranti decidono di donare gli organi, sanissimi, del figlio. Perché altri ragazzi vivano attraverso il sacrificio della sua vita che è stata generosa fino in fondo.

Era un ragazzino che si chiamava Tito, era straordinario, come tutti i ragazzini si potrebbe obiettare.

Amava la natura, amava la compagnia, lo sport, amava soprattutto arrampicarsi.

Amava davvero arrampicare, non però sugli alberi; una passione. 

Un’arte a ben vedere.

Tito Traversa era speciale, e qui la notizia sfonda la mera cronaca. Sfonda ogni critica, ogni pregiudizio. Affonda il nostro sguardo dentro una vita che sfiora l’impossibile.

Lui era un campione; a livello mondiale, non solo italiano, di arrampicata sportiva. 

Un “climber”, questo il termine esatto, fin da giovanissimo raggiungeva i livelli più alti e aveva da poco concluso una salita di grado 8b, la sua quarta salita di tale livello. Che per i non addetti si potrebbe tradurre semplicemente con: era un drago. Andava al massimo. Quanto e più di un adulto.

Toglietevi la curiosità di vedere qualche sua foto, ne vale la pena: appeso su strapiombi in posizioni elegantissime, un ballerino prodigioso e agilissimo, pare che fosse così semplice per lui appoggiare le punte dei piedi e delle dita per salire su rocce panciute e domare la forza di gravità.

È bellissimo; lo guardi e capisci che un essere umano è capace di cose straordinarie, che l’uomo è davvero il miglior animale del mondo, il più dotato, il più intelligente e meraviglioso.

Lo guardi e vedi che ne è felice.

Perché arrampicarsi non è uno sport qualunque; si potrebbe obiettare che qualsiasi sport praticato ai livelli più alti necessita di passione, sacrificio, fatica e nel contempo dà grandissime soddisfazioni. Certo, ma arrampicarsi non è una solo un gioco, una gara. Lo è sicuramente, comprende anche la sfida, la sconfitta, comprende tutti i lati positivi e negativi di tante altre attività sportive. 

È certamente educativo, è una palestra di vita, insomma è uno sport completo e vero come tutti gli altri; e non si potrebbe neanche definirlo particolarmente “pericoloso”, anzi, perché la moderna attrezzatura rende il “climbing” sicuro: l’atleta è sempre agganciato alla corda, i rinvii rendono le eventuali cadute (che sono previste) semplici “salti” di pochi metri. Non si registrano percentuali elevate di incidenti mortali, affatto: il caso di Tito è eccezionale, dovuto sembra all’aggancio non perfetto della corda a diversi rinvii.


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COMMENTI
08/07/2013 - parlare senza sapere (tore vacca)

caro giuseppe crippa molto spesso le persone parlano senza avere cognizione di causa, credono di conoscere un argomento ma in realtà la loro interpretazione è condizionata dai luoghi comuni o dal sentito dire. come puoi parlare di una persona che non conosci e credere di sapere cosa poteva ricavare da quello che faceva? queste sono soltanto tue interpretazioni. l'arrampicata non è la conquista della vetta (luogo comune), è altro. e non ha nulla a che fare con "l'aggressività contro l'avversario". tantomeno con il pericolo, o l'imprudenza, o l'improvisazione. non stai parlando di un kamikaze improvvisato, ma di una persona che aveva anni di esperienza, e ne aveva molta più di alcuni adulti che non raggiungeranno mai quel livello di preparazione. chi pratica questo sport segue dei corsi sulla sicurezza, e sà perfettamente come bisogna comportarsi. Tito Traversa è morto facendo qualcosa che sentiva profondamente, qualcosa che tu non condividi o non puoi capire. ma questo è un problema tuo, perchè parli senza sapere cosa è successo e come si è verificato l'incidente. -

 
07/07/2013 - Tito: un ragazzino (Giuseppe Crippa)

Fatico a credere all’autrice che nega che che il free climbing sia particolarmente pericoloso ma soprattutto non penso che il povero Tito amasse questo sport per la soddisfazione estetica che ne ricavava (e che offriva ai suoi cari e a quanti lo vedevano salire) o per il gusto della conquista della vetta. Ci crederei se avesse praticato questo sport unicamente nella discrezione della sua palestra e senza gareggiare contro nessuno, ma non mi risulta che sia stato così, anzi. Non ho nulla contro l’agonismo e la voglia di misurarsi con gli altri, anzi ritengo che questa sia una insopprimibile esigenza umana che lo sport sa magnificamente sublimare quando offre opportunità di questo tipo in contesti adeguati (cioè non pericolosi per alcuno e che non consentano sfoggio di aggressività contro l’ “avversario” ma richiedano massimo rispetto delle regole), però non posso considerare Tito un uomo. Per me resta un ragazzino, un ragazzino imprudente come possono essere a volte tutti i suoi coetanei. E non vorrei mai essere nei panni degli adulti che gli erano vicino in quel momento decisivo…