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LUMEN FIDEI/ Cottier: è un Tu che salva la ragione dal buio

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Papa Francesco (InfoPhoto)  Papa Francesco (InfoPhoto)

Lumen fidei, la luce della fede: così inizia la tanto attesa lettera enciclica scritta «a quattro mani» da Benedetto XVI e Francesco. Il documento, firmato da papa Bergoglio il 29 giugno, nella solennità dei santi Pietro e Paolo, è la prima lettera pastorale di Francesco, ma è anche la prima enciclica dedicata esclusivamente alla fede dal Concilio Vaticano II a questa parte, se si eccettua quanto contenuto in tema di fede nella Fides et ratio di Giovanni Paolo II.

L’enciclica dei due papi porta una sola firma, eppure i primi commenti apparsi sui giornali danno il massimo rilievo al tema della paternità del documento. Ieri su Repubblica Vito Mancuso si dichiarava preoccupato che papa Francesco avesse semplicemente apposto la firma a un lavoro di Joseph Ratzinger: sarebbe l’indice di una «totale consonanza dottrinale con papa Benedetto sulle cose fondamentali quali la fede e la morale». 

È proprio così, a quanto pare. «È certo che papa Benedetto XVI aveva preparato un’enciclica che non ha terminato» dice a ilsussidiario.net il cardinale Georges Cottier, teologo della Casa pontificia. «Il suo successore ha ripreso in mano quel lavoro e lo ha concluso. È nell’ordine delle cose, dunque il problema non esiste. Spetterà agli storici vedere qual è l’apporto di Francesco rispetto al testo primitivo, ma questo problema è del tutto secondario».

Quindi?
Quindi il testo che abbiamo in mano è di papa Francesco.

Che cosa la colpisce di più?
L’unità di pensiero, il linguaggio chiaro, semplice e limpido di tutta la Lumen fidei. Ma è una semplicità che non deve trarre in inganno: essa cela questioni di enorme portata. Questa apparente contraddizione è la scaturigine di una meravigliosa ricchezza.

Se la fede è dono di Dio, come l’enciclica dice più volte, chi non ha la fede è vittima di un’ingiustizia?
Questo è un mistero: non possiamo conoscere cosa c’è nel cuore delle persone. Sappiamo però che la fede è un dono di Dio che interpella l’uomo e gli chiede di essere accolto: Davanti a questo dono l’anima può chiudersi e rifiutare la fede. L’enciclica insiste molto sul fatto che la fede è un cammino: essa accompagna il pellegrinaggio dell’uomo nel tempo. Ma Dio è paziente con i nostri occhi perché l’uomo, in realtà, non cessa mai di cercare.

La fede riguarda anche la vita degli uomini che pur non credendo desiderano credere, si legge a un certo punto.
Sì. Già il Concilio affrontava chiaramente questo tema nella Lumen gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa, e nella dichiarazione Nostra aetate. L’uomo desidera credere perché il suo cuore porta in sé l’aspirazione al divino, al senso definitivo della vita. Il relativismo è un segno di disperazione e di ripiegamento dell’uomo su se stesso, ma non può cancellare il desiderio fortissimo di Dio che grida nel cuore dell’uomo. Questo si verifica soprattutto nei giovani.

L’uomo desidera credere, ma ieri come oggi non è così semplice. L’enciclica cita Rousseau: «Quanti uomini tra Dio e me».



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