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CYBERBULLISMO/ Il suicidio della piccola Hanna e quella società che non sa più dire “noi”

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La competenza comunicativa rinvia alla creazione del clima collaborativo, che si attiva con ascolto, condivisione e collaborazione, atti a suscitare, strutturare, consolidare il senso del “noi”. Saper ascoltare, condividere, collaborare, diventa condizione per passare dal sistema dell’indifferenza al movimento della compromissione, uscire dal recinto dell’individualismo, per aprirsi allo spazio del coinvolgimento emotivo e sociale. L’art. 4 della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo (1948) prescrive che “nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù” e ciò non si limita alla strumentalizzazione e all’asservimento fisico dell’uomo, ma si estende “alla sua dignità e al libero sviluppo della sua personalità” (art. 22 della stessa Dichiarazione).

 

Hanna invece, in quel paese dell’Inghilterra centrale, Lutterworth, è stata tenuta in schiavitù psicologica dai suoi bulli, ha cercato disperatamente un rifugio dell’anima, perdendosi senza mai ritrovarsi, in questa estate calda quando ad ogni ora del giorno e della notte riceveva on-line insulti e infamie dolorose. E così, sotto il solleone ha cercato crepacci e guglie di ghiaccio per dar fine al suo dolore, abbandonandosi alla vertigine del vuoto e lasciando tutta l’asprezza dei momenti vissuti e la dolcezza delle pieghe nascoste. Per questo la battaglia contro il bullismo deve essere tra le priorità del nostro impegno sociale.

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