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IL CASO/ L'eroe "normale" di Palinuro ci insegna la differenza tra gratuità e calcolo

Il gesto eroico di una persona normale ci interroga più di quanto il sentimentalismo possa suggerirci. Ma il problema della vita è davvero evitare 'ferite'? Ne parla RAFFAELE IANNUZZI

Un bambino guarda il cielo (Foto: Infophoto) Un bambino guarda il cielo (Foto: Infophoto)

Palinuro è una bella località nel Cilento, che odora di morte, come molte altre belle località della Penisola. La morte strisciante che acchiappa gli uomini alle gambe e li trascina giù, come fosse un gioco naturale, quasi da copione. Accade così che un avvocato 45enne in vacanza da quelle parti, Giuseppe Paladino, in compagnia della moglie incinta, non ci pensi su due volte a lanciarsi tra i flutti tempestosi del mare, per soccorrere un gruppo di persone in difficoltà, fra i quali alcuni ragazzi; tutta gente che faceva il bagno, nonostante le bandiere rosse invitassero a non toccare l’acqua. Ma Giuseppe non calcola e non giudica: si lancia. Strano come le parole siano le migliori compagne di strada quando si tratta di abbracciare la vita senza giudicarla. E’ San Paolo a farci da guida, quando scrive: “Protesi in avanti”. E perché? “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Ecco la ragione, così oggettiva e straniante, da essere albergata nel cuore e, forse, neanche sentirla fino in fondo. Ma questa ragione balza in avanti, come un’ombra nella notte, e stana la ferita del calcolo e del rimosso: “Non posso, sono lontani, il mare è brutto, mia moglie è incinta…”.
No, Giuseppe è partito, senza pensare all’eroismo di un istante e a David Bowie, “I am an hero just one day”: le stesse ragioni vitali che cullate nel ventre di sua moglie incinta stavano affogando. Ecco perché un uomo si lancia. Ha paura, come tutti noi, perché vivere certe volte fa male e certe volte vorremmo tutti fare soltanto gli spettatori – perché proprio io? -, ma Giuseppe è pronto. “Estote parati”, l’altro imperativo fascinoso del Vangelo: siate pronti. A cosa? A tutto, perché la vita incalza. Sempre. Fa male, la vita. Fa male perché spesso ti consente perfino di fare troppe volte la cosa “giusta”, con le virgolette. La cosa che molti vorrebbero da te, quella che la tua coscienza può perfino sopportare senza cedere; puoi fare il master giusto, frequentare le persone giuste e avere la tessera della vita giusta, non quella politica, chi se ne frega, ma quella imperativa e imperante, quella che oggi in molti, troppi corteggiano; perché in molti, in troppi vogliono calcolare la mossa giusta, il timing giusto, avendo sempre l’acconciatura giusta e lo scivolo giusto: no, non ci vado in quel casino, potevano stare a casa oppure sulla spiaggia, quei coglioni, hanno sbagliato, io che c’entro?
Invece c’entri, eccome. Tutti c’entriamo qualcosa. Tutti protesi perché uomini. Un giorno, un altro conto, sarà da saldare, e non è la paura a muovere il corpo, perché la vita ti tiene sempre al caldo, ma è la ragione più grande che hai sperimentato e testato: nascerà un figlio, mio figlio, qualcun altro da salvare, prima o poi. Tanto basta. Ha dato tutto e poi i flutti del mare lo hanno ingoiato.
Niente calcolo e, d’altra parte, se Gesù avesse calcolato, il nostro destino di salvati avrebbe preso tutt’altra strada, meglio non pensarci. O, meglio, pensiamoci, e radicalizziamo un po’: quando Pietro tenta la “moral suasion” di Gesù, in merito al segreto messianico, come direbbero i preti, ossia al suo salire verso Gerusalemme, vale a dire andare in croce e morire – “Che non ti accada mai, Signore!” -, il Figlio dell’uomo come apostrofa il suo dirompente e in quel caso ottuso e dunque umano, troppo umano amico-apostolo? Così: “Vade retro, Satana”. Chi calcola, è Satana .E Satana, in tutti noi che calcoliamo, imbandisce la tavola e si mette a strafogarsi a più non posso. Divora le anime e, alla fine del massacro, chiama tutto questo “civiltà”.
Altro scenario per fare il test di questa realtà: è morta all’ospedale S.Chiara di Trento una ragazza di 19 anni della provincia di Treviso caduta in un torrente per salvare il suo cane. Un cane! Ovvio: un cane è un cane, un animale, checché ne dicano gli animalisti incalliti e insaziabilmente alla ricerca di carne umana da divorare: creatura inferiore per genere, grado e status ontologico rispetto alla persona umana. Quest’ultima brama all’infinito, al primo basta mangiare regolarmente e fare i bisogni essenziali, stop.