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Cronaca

CHIP E LIBERTA'/ Perché "vogliamo" essere controllati?

Quali sono i rischi di applicare, indossare, innestare, sempre più dentro l’intimità del corpo, apparecchi in grado di misurare le nostre attività e prestazioni? ANTONIO ALLEGRA

I Google Glass (Infophoto)I Google Glass (Infophoto)

Come sempre, l’ottimismo tecnologico insegue (deve inseguire) ogni novità per riproporsi. Forse è il caso di prepararsi a una tendenza ancora relativamente sottotraccia, ma preparata da anni di progressi in questo senso: applicare, indossare, innestare, sempre più dentro l’intimità del corpo, apparecchi in grado di misurare le nostre attività e prestazioni. Non è solo questione degli occhiali di Google, che connettono l’individuo al mondo in maniera sempre più diretta e senza soluzione di continuità, tentando di abolire gli spazi residui della privacy (meglio diremmo dell’interiorità, completamente estroflessa all’esterno); ma di tutta una generazione di gadget che ha invaso il mercato, e lo sta per invadere ancora di più.

Finora conosciamo misuratori di pressione o contapassi, ma una serie di sensori collocabili ovunque e in grado di registrare ogni genere di informazione è alle porte. Nell’epoca digitale tutto può venire misurato e trasformato in numeri, e dunque monitorato. Così si controlla momento per momento la salute del soggetto, e, con tecnologie già in fase di sperimentazione, potenzialmente tutto ciò che egli fa nell’arco della giornata. I chip si collocano ormai all’interno del corpo (in un sperimentazione in corso a Taiwan, negli spazi interdentali, dove rilevano se il soggetto sta parlando o cantando o tacendo), nella direzione di una simbiosi uomo-macchina che prepara il futuro descritto dalle nanotecnologie o dal postumano.

Queste tecnologie sono ancora, almeno in certe applicazioni, relativamente futuribili, ma non c’è dubbio che la linea di tendenza sia chiara. Si tratta di un paradosso: il controllo e il monitoraggio entrano man mano nell’intimità di ciascuno di noi – e ci entrano perché noi stessi così vogliamo. Dunque la libertà o l’autonomia rivendicate come ideologia sopravvissuta nel mondo occidentale contemporaneo si accompagnano all’accettazione facile, addirittura entusiastica, del controllo. Anzi, gli sviluppi in questione tendono a revocare l’autonomia delle scelte in favore di comportamenti e opzioni individuati come opportuni a partire dai dati raccolti ed elaborati. Non è forse un sogno tipico e frequente, avere una macchina a disposizione cui affidare scelte complesse o semplicemente spiacevoli? E difatti, l’attuale società della libertà lo è nel senso di rinunciare alle scelte o di ritardarle il più possibile, non nel senso di rivendicarle e farle orgogliosamente proprie.

È presto per definirne le coordinate, ma un movimento che si chiama Quantified Self fa un passo oltre e trasforma queste applicazioni in una sorta di approccio esistenziale e pratica di vita, impegnandosi a misurare, con apparecchi indossati uno sull’altro, ogni aspetto dell’esistenza che sia suscettibile di quantificazione (e l’elenco è già sorprendentemente lungo). Quello che colpisce è l’illusione di riprendere in mano la propria vita, laddove si tratta in realtà di delegarla il più possibile.