BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

ISLAM/ La "guerra" al velo va a sbattere contro la libertà dei giovani

InfophotoInfophoto

Il salto di qualità è rappresentato, in questo caso, dall’adozione di simbologie religiose e quindi dalla potenza dell’universo di riferimento. La possibilità di veder sviluppare nell’università fazioni religiose – si pensi al potenziale conflitto tra islamici da un lato ed ebrei dall’altro, o tra diverse fazioni islamiche – non può non preoccupare e creare forti perplessità verso un’attitudine di ridimensionamento e di sostanziale indifferenza.

Restano tuttavia due forti perplessità che suggeriscono una via diversa. La prima va recuperata proprio su scala temporale. L’adozione di provvedimenti contro l’ostentazione di simboli religiosi non ha affatto diminuito il problema centrale dal quale aveva avuto origine. Oggi più che mai le banlieues islamiche in Francia sono delle vere e proprie polveriere, mentre si assiste in contemporanea all’espansione di una laicità che ha ampiamente dismesso le vesti di garante e custode della garanzia dei diritti, per farsi invece araldo di una vera e propria rivoluzione antropologica, fino a dare vita ad una vera e propria religione laica, come ha auspicato non molto tempo fa il ministro dell’educazione nazionale Vincent Peillon in una sconcertante intervista rilasciata ad un canale televisivo. La seconda va invece letta su scala politico-culturale. Le università non sono scuole come le altre, come ha opportunamente segnalato il ministro dell’educazione e della ricerca Geneviève Fioraso, ma accolgono studenti maggiorenni.

Entrare nelle rispettive appartenenze identitarie e cultural-religiose per alimentare un crescente confronto e fornire strumenti sempre più qualificati per un efficace dibattito culturale costituisce un’occasione unica per fare degli atenei il luogo nel quale il dialogo viene efficacemente ripreso. Si tratterebbe così di andare nelle direzione opposta: anziché porre il silenzio sulle differenze e realizzare un conformismo normativo e d’abbigliamento, si può cogliere invece l’occasione per alimentare un’analisi ragionata ed approfondita proprio su queste stesse differenze, dove il vero obiettivo è conoscere l’altro anziché delegittimarlo.

Ciò significa recuperare l’università come luogo nobile del confronto e del dialogo; luogo maestro dove la ragione e in particolare le ragioni degli altri non hanno bisogno di essere urlate quando possono invece essere correttamente tematizzate. Alimentare il confronto culturalmente qualificato, fino a farlo diventare un punto cruciale della politica di ogni ateneo costituirebbe un valore aggiunto di portata inestimabile in un momento di conflitto crescente e, almeno in apparenza, inarrestabile. 

© Riproduzione Riservata.