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IL CASO/ La solidarietà ai naufraghi di Portopalo dà scacco all'Europa dei burocrati

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Perché malgrado il grande impegno profuso dai volontari in questi luoghi, non si riesce a trasmettere a questi ospiti lo stesso spirito di accoglienza di cui abbiamo appena detto?

Forse perché in mezzo ci sta lo Stato, o se si preferisce la burocrazia, e ciò che ai più appare ovvio o consequenziale, diventa difficile se non impossibile. E così in barba ai nostri buoni principi trasformiamo nei fatti l'accoglienza in semi-reclusione: né prigionieri né liberi. I rimpatri forzati rimangono l'unico strumento efficace per allentare la morsa degli sbarchi clandestini. 

Tutti sanno che il problema dell'immigrazione ha oggi dimensioni tali che nessuno Stato può pensare di affrontarlo da solo. Ma tra il momento dello sbarco e la definitiva soluzione della condizione di colui che continuiamo a chiamare "clandestino", c'è uno spazio enorme di tempo che si preferisce ignorare. Vi sono persone che rimangono anche più di un anno in queste strutture anomale in attesa di una decisione che inciderà in modo definitivo sul futuro della loro vita.

Ieri ci siamo commossi per i morti di Catania; oggi per la generosità dei bagnanti di Portopalo. Domani non ci mancheranno altri elementi di commozione.

Ma l'accoglienza può ridursi ad uno spazio così breve, seppur così intenso?

In attesa che l'Europa intera decida di affrontare e risolvere il problema delle immigrazioni sul vecchio continente con la forza e la cultura che sa esprimere, c'è una dimensione dell'accoglienza che va sostenuta oltre che dalla generosità del popolo da partiti e nazioni in grado di tradurre questo grande bisogno umano in leggi e istituzioni coerenti.

Se partiti e nazioni pretendono di interpretare una esperienza popolare così genuina in modo contrario, delle due l'una: o sbaglia il popolo o sbaglia chi dice di interpretarne le ragioni.

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