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MEETING 2013/ Massobrio: Rimini e la scoperta del cibo come gioia

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Il Meeting di Rimini  Il Meeting di Rimini

Domani salirò anch'io verso Rimini: dalla Sicilia passando mezza Italia; ma quanti arriveranno magari da Bolzano o Torino. Leggo sui giornali le cronache di un evento ormai classico dell'estate, il Meeting per l'amicizia tra i popoli: dieci quotidiani sfogliando l'iPad, con articoli che mi sembrano tanti bei rimestaggi d'agenzia. So bene che invece devo andare lì per capire, e la chiave di lettura sarà il volto della prima ragazza che fa la volontaria. Molte sono ragazze belle, fisicamente belle, ma al Meeting non ti viene da dire: “Che figliola!”. Ti colpisce invece, e ti incuriosisce, la bellezza che han dentro. Perché Camilla e Caterina si sono staccate dal gruppo, tre giorni fa, prendendo l'aereo da Catania per andare a far le piadine o a pulire i tavoli? Perché la vita è partecipazione, mi son detto parafrasando Gaber, e quei volti abbronzati e sorridenti sono parte essenziale di questo evento: sono il nerbo, il punto di fuga che fa svergognare le cronache stanche dei giornali che vogliono buttare sempre tutto in politica (ma che stanchezza, che assenza di fantasia, anche nel nostro mestiere).

Trentaquattro anni fa c'ero anch'io alla prima edizione, ed avevo l'età di questi ragazzi, dei miei figli. Ma c'ero come spettatore, mentre loro sono parte integrante che racconta un evento. Lo sono con la loro stessa presenza. Presi una tenda, con quattro amici, ignari di quello che stava nascendo e che sarebbe stato un pietra di scandalo di mezza estate, dove a rimettersi in discussione è proprio la concezione di uomo. Anni dopo, lavoravo già come giornalista, mi chiamarono all'ultimo per fare il relatore a un convegno: il titolo di quel Meeting era “America Americhe” e Luigi Veronelli, il mostro sacro del giornalismo enogastronomico aveva dato forfait. Fu rimpiazzato con un signor nessuno: il sottoscritto (quasi una predestinazione, se penso che dieci anni dopo lo sostituii all'Espresso) che si trovò a fianco di un personaggio lieto sull'ottantina di anni, Leo Moulin, uno storico raffinato, che stava sondando il tema del gusto attraverso l'epopea del monachesimo benedettino. E mi disse una cosa che non avevo mai letto sui giornali: solo la religione cattolica concepisce il cibo come gioia. Detto da uno che s'era convertito e che aveva gli occhi spalancati, fu una cosa dell'altro mondo.

E m'è sempre rimasta in mente quella frase sussurrata a me e a mia moglie, durante un pranzo frugale prima di salire sul palco. Moulin, allora, mi convinse almeno di un fatto: si conosce solo facendo esperienza, non certo mettendo insieme pezzi di libri e di giornali. Anche il Meeting è così: lo capisci se ci vai, se saluti una di quelle ragazze abbronzate che stanno sotto il sole a far passare le auto, tutto il resto è una sorpresa. E poi il Meeting, dove s'è argomentato molto anche sul gusto, in questi anni, m'ha fatto riscoprire una cosa che quasi davo per scontata: Rimini. Ma non la Rimini del divertimentificio sulla riviera, ma quella di Claudio, che nel cuore della città, nella zona della vecchia pescheria, ha un ristorantino, la Piazzetta, dove servono i sardoncini. Oppure la Rimini di Enrico, che nel Centro Congressi, dove c'era la prima vecchia fiera del Meeting, ha inaugurato Palato, un luogo che tutti dovrebbero visitare per scoprire gli oli e i vini della Montalcino della Romagna, ossia di Coriano: buonissimi. 


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