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IL CASO/ Morire di lavoro a Londra: a chi Moritz Erhardt ha dato la sua vita?

Lavorare fino allo stremo delle forze, come accade agli stagisti nelle banche d'affari londinesi, può costare la vita: è quanto accaduto a Moritz Erhardt. Il commento di FEDERICO PICHETTO

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Come è ormai tradizione, la settimana del Meeting di Rimini chiude il ciclo estivo e riapre la stagione sociale del lavoro e dell'impegno diuturno con la realtà. In Gran Bretagna la fine dell'estate, oltre che dai classici temporali estivi, è stata funestata anche da una notizia inquietante: un giovane tedesco di ventun'anni, stagista alla Bank of America, è stato trovato morto nella doccia di casa dopo aver fronteggiato più di ventuno ore continue di lavoro, dalle nove del mattino fino alle sei del giorno seguente. Il giovane soffriva di epilessia e può essere che, all'origine della morte, vi sia l'intrecciarsi di farmaci anti-epilettici ed eccitanti, come altre cause di tipo tossicologico non ancora del tutto chiare. Il fatto, però, ha aperto importanti domande sul lavoro e sui sacrifici che molti intraprendono per essere all'altezza delle richieste delle aziende alle quali prestano la loro opera.

In Italia, come in molti paesi dell'Occidente, da lunedì inizieranno a riaprire le scuole, gli uffici e i servizi pubblici, rimettendo il tema del lavoro al centro della nostra attenzione quotidiana. In un tempo di concreta crisi del mercato del lavoro, il sacrificio del singolo è all'ordine del giorno ed effettivamente molte aziende approfittano della situazione per chiedere sempre di più in termini di ore di lavoro e di impegno personale. I casi come quello londinese, anche se di minor impatto sulla vita della gente, non mancano di certo. Il fenomeno è così diffuso, e ricatta interi matrimoni e famiglie, che viene da chiedersi: ma vale veramente la pena lavorare in questo modo?

Il Sacrificio, umanamente parlando, si compie sempre per un bene superiore che si desidera per sé e per la propria vita. "Dare la propria vita", infatti, è il gesto umano per eccellenza, in quanto solo l'uomo può prendere in mano la propria esistenza e consegnarla per qualcosa che ritiene utile, positivo e buono. Il fatto è che non sempre le cose per cui ci sacrifichiamo hanno questo valore. Spesso sono delle vere utopie, molte volte evidenziano legami affettivi parziali o, comunque, malati, qualche volta il bene per cui decidiamo di sacrificarci è proprio un male, un oggettivo disordine o un fattore ineludibilmente brutto e sbagliato. Ma allora si può ancora parlare di "sacrificio" oppure siamo di fronte ad avventatezze inutili e poco romantiche?

Entrambe queste domande, quella sul valore del sacrificio quando esso è in relazione ad un bene non oggettivamente buono e quella sull'opportunità del lavoro quando esso ci richiede ritmi e condizioni non umane di vita, meritano una risposta che potremmo sintetizzare in tre osservazioni, utili per tutti coloro che in questi giorni ritornano alla propria occupazione.