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IL CASO/ Risé-Meluzzi: ecco cosa succede se pedofilo e vittima sono vicini di casa

Pubblicazione:venerdì 23 agosto 2013

Immagine d'archivio Immagine d'archivio

Un incubo durato cinque anni che riemerge quando ormai sembrava tutto finito. Il mostro è tornato a vivere nel suo appartamento a Roma, quartiere nord della capitale, dove dal 2005 al 2010 ha costretto una bambina, oggi tredicenne, a subire ripetuti atti sessuali. Una volta arrestato e condannato a tre anni di reclusione in primo e secondo grado, al carnefice è stato proibito di vivere in quella casa per tenerlo il più lontano possibile dalla piccola vittima. Tutto è cambiato il 4 luglio scorso, quando la Corte di appello ha scelto di revocare il divieto di dimora: pochi giorni dopo, come si legge su La Repubblica che ha riportato la notizia, la ragazzina ha incontrato il suo stupratore. Il rientro a casa, ha scritto la neuropsichiatra che ha in cura la bambina dopo le violenze, “ha portato ad un nuovo, improvviso e grave peggioramento del suo stato emotivo. Si rifiuta di uscire da casa, ha disturbi del sonno, ha paura di vederlo e di incontrarlo nel timore che possa farle ancora del male”. Gli avvocati della famiglia hanno presentato un'istanza al procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma, ma quest'ultima ha nuovamente rigettato il ricorso sostenendo  che “non emergono elementi per ritenere la sussistenza del concreto pericolo di reiterazione del delitto oggetto di condanna". Abbiamo commentato la vicenda con lo psicoterapeuta Claudio Risè e con lo psichiatra Alessandro Meluzzi.

 

Dottor Risé, come giudica la decisione della Corte d’appello?

Purtroppo episodi di questo tipo accadono spesso ed è chiaro quanto sia scarsa l'attenzione nei confronti dei problemi dei minori. La pedofilia è ovviamente il caso più eclatante, ma si riscontra in genere una assoluta inadeguatezza delle misure giudiziarie che dovrebbero proteggere i più piccoli. Chiunque lavori con situazioni di disagio deve rendersi conto di questa evidenza.

 

Cosa la stupisce di questo particolare caso?

Dobbiamo considerare non solo la storia della bambina, ovviamente struggente, ma anche quella del pedofilo, rimandato a casa nella stessa identica situazione che aveva provocato le sue aggressioni e le sue violenze, quindi la situazione a più alto contenuto patogeno immaginabile. Ritengo quindi che ci sia stata un’assoluta spietatezza nei confronti di entrambi, vittima e carnefice, che vengono messi nella posizione psicologicamente peggiore e più pericolosa dal punto di vista esistenziale.

 

Quali sono le possibili ripercussioni psicologiche?

Sono tanti gli aspetti che una decisione del genere può comportare, ma credo che più di tutti potrà emergere una sfiducia nei confronti di tutte le figure, non solo di autorità ma anche di affidamento, del mondo adulto. Come dicevo, si tratta della condizione esistenzialmente peggiore e più generatrice di malattie che si poteva immaginare per entrambe queste persone, delle quali la giustizia era stata chiamata ad occuparsi.

 

Professor Meluzzi, come crede potrà reagire la bambina?

I potenziali danni psicologici sono immensi, perché rappresentano la duplice smentita di un incubo da cui credeva di essere finalmente uscita. Il primo è quello legato all’esposizione allo stimolo nocivo e violento, quello dello stupratore, quindi il ritorno dell’evento stressante rappresenta una ferita gravissima. Per capire la gravità dell’accaduto, possiamo paragonarlo alla ricomparsa di un tumore a seguito di un’operazione che in un primo momento ha portato alla totale guarigione.

 

Il secondo aspetto di cui parlava?


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