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Cronaca

PAPA/ Carriquiry: non ha bisogno di una teologia della liberazione, gli basta il Vangelo

Papa Francesco (Infophoto)Papa Francesco (Infophoto)

L’elezione di Jorge Mario Bergoglio come Successore di Pietro è stata per quasi tutti nella Chiesa un imprevisto. Non era, infatti, considerato tra i grandi candidati papabili. Ma voi vi ricordate bene di qualcuno che ci ha parlato dell’imprevisto come “qualcosa di nuovo che entra nella nostra Vita: non previsto, non definito prima”, che accade sorprendentemente, che rompe con schemi prefissati, che scuote la gabbia di comodo nella quale siamo sempre tentati di rifugiarci, che ci pone davanti a realtà che non avevamo preso seriamente in considerazione. Oggi Francesco, successore di Pietro, è per noi questo avvenimento, la persona reale, singola concreta umanità che fa presente e vicina la compagnia di Cristo all’uomo, che custodisce e mostra il Mistero che salva. lo voglio, qui e ora, essere tra i poveri testimoni della gioia e della gratitudine, della sequela piena di entusiasmo, di questa forma concreta di obbedienza, che ci provoca il dono della Provvidenza di Dio con il papa Francesco. Sono - come confessa anche don Julián Carrón - “contento di poter imparare da lui e di poter essere in compagnia sua per come ci ripropone il primato dell’incontro con Cristo che sempre ci spiazza”.

Lasciamoci stupire dalle sorprese di Dio, diceva il papa Francesco a Rio de Janeiro. Lasciamoci stupire insieme alle moltitudini che le hanno manifestato una sorprendente accoglienza con un animo aperto, lieto, pieno di attese, anche molti che si erano allontanati dalla fede o tra quelli che pensavano di aver definitivamente chiuso i conti con la Chiesa. Che cosa è la missione se non un’attrazione, l’attrazione di una verità, di una bellezza, che sveglia i “cuori anestetizzati”, che rompe la cappa dell’indifferenza, che mette in moto i desideri, che suscita un presentimento curioso, una domanda carica di attese? “La gente semplice ha sempre spazio per albergare il mistero (...). Nella casa dei poveri, Dio trova sempre posto”, ha detto il Papa Francesco nel suo straordinario discorso programmatico all’episcopato brasiliano.

Perciò, c’è bisogno di “una Chiesa che fa spazio al mistero di Dio, una Chiesa che alberga in se stessa tale mistero, in modo che esso possa incantare la gente, attirarla. Soltanto la bellezza di Dio può attrarre. La Via di Dio e l’incanto che attrae (...). Egli risveglia nell’uomo il desiderio di custodirlo nella propria vita, nella propria casa, nel proprio cuore. Egli risveglia in noi il desiderio di chiamare i vicini per far conoscere la sua bellezza. La missione nasce proprio da questo fascino divino, da questo stupore dell’incontro”. Se si vuole attirare la gente a Dio non si può partire dai “no”, neanche da quei “no” scontati in una Chiesa che sa di non poter negoziare niente di ciò che è sostanziale nella sua dottrina. Siamo chiamati specialmente in questo straordinario primo semestre del 2013 ad avvertire, da una parte, la salda continuità della grande tradizione cattolica, del patrimonio di fede che ci viene dalla testimonianza apostolica, per mezzo dei Successori di Pietro e in particolare di Benedetto XVI e di Francesco. Mi riferisco a quella continuità che si manifesta nell’incondizionata obbedienza assicurata dal Papa rinunciante a colui che sarebbe stato il suo successore. Essa si esprime nell’affetto tra Benedetto e Francesco, nelle immagine dei due che pregano insieme, nell’enciclica Lumen Fidei scritta a quattro mani, nelle parole di Francesco ai giovani, a Rio de Janeiro, ricordando sempre i suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI accompagnati da fragorosi applausi.

Allo stesso tempo, come non ammirare il fatto che si succedano pontefici di così diverse biografie, venuti da contesti culturali tanto diversi, di temperamenti, formazione, sensibilità e stili cosi differenti, al punto che ognuno di essi sembra disegnato e definito come la persona adeguata a rispondere tempestivamente alle richieste della missione della Chiesa nelle varie congiunture storiche? Perciò è opera del demonio - il principe della menzogna e della divisione - concentrarsi ossessivamente nel confronto tra il vescovo emerito di Roma e il suo successore, sia per rimanere nostalgicamente afferrati al papa precedente - e questa diventa “nostalgia canaglia” quando degenera in giudizi farisaici sul Papa attuale -, sia per esaltare il Papa attuale sino a denigrare i predecessori, considerando tutte le novità e riforme che porta con se come rottura rivoluzionaria nella tradizione della Chiesa, in quella storia ininterrotta di amore che è la Chiesa.

Oggi abbiamo un solo Papa, Francesco, protagonista di una Chiesa che, per grazia di Dio, si autoriforma in capitis e in membris. Il pontificato di Benedetto XVI, che è stato per quell’uomo santo, umile e saggio una specie di via crucis, in mezzo a un clima teso e drammatico nella vita ecclesiale, lascia il passo all’inaspettata ma desiderata esplosione di gioia e di speranza nel pontificato di Francesco, sorpresa dello Spirito di Dio che sa quando e come provocare un risorgere cristiano nelle anime. La straordinaria rinuncia di papa Benedetto “per il bene della Chiesa” acquisisce nuova luce con il pontificato di Francesco. Se Benedetto divenne drammaticamente consapevole, nel suo dialogo faccia a faccia con Dio, della sua mancanza di forze per affrontare compiti e decisioni necessarie, la sua libertà e umiltà - la consapevolezza che è Dio, e non il papa, che conduce la sua Chiesa - prepara il cammino affinché il timone della barca di Pietro sia preso da chi, per grazia di Dio, è capace di farlo in migliori e sorprendenti condizioni, dopo il santo magister, il santo pastore, padre vicino al suo popolo.

La più grande teologia ratzingeriana, che è ricchezza di magistero per la Chiesa di oggi e di domani, lascia il passo alla predica vissuta di un Vangelo sine glossa, che è alla sua sorgente. La salda formazione teologica e filosofica del papa gesuita si fa essenzialità evangelica nella sua “grammatica di semplicità”, un rinnovato impeto e freschezza apostolica nello stare tra la gente - mai distaccate, mai rifugiandosi nella retorica dei “principi”, ma in gesti pieni di affetto, di consolazione, di tenerezza. Imprevisto e imprevedibile - scrive il Vescovo e amico Massimo Camisasca - perché sempre alla ricerca, guidata da Dio e della sua esperienza pastorale, di nuove strade per raggiungere gli uomini che ha davanti. E la gente si sente toccata dal percepire l’abbraccio di una misericordia misteriosa e debordante.