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PAPA/ Carriquiry: non ha bisogno di una teologia della liberazione, gli basta il Vangelo

Papa Francesco (Infophoto) Papa Francesco (Infophoto)

Francesco predilige la medicina della misericordia più che il rigore dell’atteggiamento severo e giudicante. “Dio perdona sempre, perdona tutto. Siamo noi - ripete - che ci stanchiamo di farci perdonare”. E perciò la necessità della preghiera, umile, forte, coraggiosa, perché Gesù possa fare il miracolo del cambiamento nella nostra vita. La sua è una rivoluzione evangelica. Dopo le devastazioni umane in cui sono finite le Rivoluzioni, con la “R” maiuscola, secondo la mitologia dell’ateismo messianico, solo la Chiesa può riprendere con verità - diceva il mio maestro Alberto Methol Ferre nel libro-intervista fatto con l’amico Alver Metalli - a parlare di rivoluzione. Sembrava ascoltarlo il papa Benedetto XVI che dopo parlava di una “rivoluzione dell’amore”, il cristianesimo come “il mutamento più radicale della storia”. La “rivoluzione della grazia” dice adesso Francesco, perché è la sola che cambia ontologicamente l’uomo, il soggetto della storia. “Mettersi nell’onda della rivoluzione della fede” disse ai 3 milioni di giovani a Copacabana: rivoluzionari perchè controcorrente in una cultura che genera “confusione circa il Senso della vita, la disintegrazione personale, la perdita dell’ esperienza di appartenere a un ‘nido’, la mancanza di un focolare e di legami profondi”.

Papa Francesco ci richiama alla conversione, affidandoci alla grazia, per essere liberati dagli idoli e riacquistare la vera liberta. Questa rivoluzione della grazia è frutto dell’incontro con Cristo, come non cessa di insegnare e di invitare Francesco, e non esaltazione della volontà (pelagianismo) o mera sapienza umana (gnosi). Essa è la sorgente della missione: comunicare il dono dell’incontro con Cristo, “da un traboccare di letizia e di gratitudine” (come si legge nel documento di Aparecida). “Uscire” è il verbo più frequente di Francesco: uscire dalla nostra autosufficienza, uscire dall’autoreferenzialità, uscire dalle “chiesette” autocompiacenti, uscire verso le periferie esistenziali in cui è in gioco la vita degli uomini. Non possiamo non porci le domande che il papa Francesco si poneva a se stesso e ai Vescovi brasiliani: “Il mistero difficile della gente che lascia la Chiesa; di persone che, dopo essersi lasciate illudere da altre proposte, ritengono che ormai la Chiesa (. . .) non possa offrire più qualcosa di significativo e importante (...). Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande (…)”.

Queste domande sono come l’eco di quella struggente di Eliot nel coro de “La Rocca”, spesso ripresa da don Giussani: “E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?” o “E’ la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?”. “Serve una Chiesa – proseguiva il papa – che non abbia paura di entrare nella loro notte (…), capace di incontrarli nella loro strada (…), in grado di inserirsi nelle loro conversazioni (…), di far compagnia (…), capace di riscaldare il cuore, di riaccompagnare a casa, (…) di risvegliare l’incanto” per la bellezza della fede. Ha ragione il mio caro amico Lucio Brunelli quando scrive che l’originalità del pontificato è questo essere “il papa dei lontani, il buon pastore delle novantanove pecore che hanno lasciato il recinto”, per cui “non c’è azione o parola di Francesco che non abbia questo orizzonte, questo cuore missionario”. Questo è il vero cambiamento che lo Spirito sta suscitando oggi nella vita della Chiesa, aprendo enormi possibilità di evangelizzazione. E’ un cambiamento che non passa in primis dai cambiamenti nella squadra di governo e delle strutture della Chiesa, né degli interventi nello Ior e di altre iniziative di trasparenza e pulizia, né dallo smontare il pomposo apparato di rappresentanza e di sicurezza. Tutto ciò è però indispensabile perché la libertà e l’esemplarità del Papa si mostri anche come liberazione dalla zavorra di un certo andazzo curiale. C’era bisogno di liberare la fede delle incrostazioni mondane per renderla di nuovo attraente.

Certo, già i suoi predecessori – scrive il bravo Socci – “hanno iniziato un progressivo smantellamento della pesantezza regale della Curia. Giovanni Paolo II preferiva stare per le strade del mondo, anziché in Vaticano. E Benedetto XVI ha sparato fulmini contro carrierismo, clericalismo, mondanità, divisioni, ambizioni di potere (…) sporcizia nella Chiesa”. Ora papa Francesco realizza quello che il suo predecessore ha chiesto tante volte… e molto di più. Tutto ciò fa parte della “rivoluzione evangelica” che segna un profondo mutamento “del modo stesso di fare il papa”. Un’ultima annotazione: l’enciclica Lumen Fidei è un gesto di straordinaria riconoscenza e di umiltà da parte di papa Francesco. Sebbene la maggior parte del testo sia del Vescovo emerito di Roma, il papa Francesco l’ha completato, le ha dato unità e l’ha firmata come la prima enciclica del suo pontificato. Ed è bello che cosi sia, perché il Magistero di Benedetto ma anche di tutti i suoi predecessori non è cosa di “ieri” ma contemporanea all’oggi della Chiesa. Allo stesso tempo, però, sembra molto importante che la lettura di questa enciclica non si racchiuda in ermeneutiche ed esegesi del pensiero ratzingeriano, a suo modo un po’ “retrò”, ma venga letta soprattutto alla luce dell’avvenimento del pontificato di papa Francesco, dalle perle delle sue omelie quotidiane, dalle sue catechesi, da quel “uscire” missionario per condividere la luce della fede ad gentes. Oggi la luce della fede risplende grazie alla testimonianza, alle parole, ai silenzi, ai gesti di papa Francesco e rende luminoso questo tempo di grazia e di speranza che stiamo vivendo. Preghiamo per il papa Francesco!

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