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IL CASO/ Il "pentimento" del pentito Schiavone: non siamo padroni della giustizia

Pubblicazione:domenica 25 agosto 2013

Carmine Schiavone nel video di SkyTg24 Carmine Schiavone nel video di SkyTg24

"Chi me lo ha fatto fare di vivere in questo mondo di cani rognosi. Sì, lo dico: sono pentito di essermi pentito". Così Carmine Schiavone, ex capo killer e super-ragioniere del gotha dei Casalesi, in un'intervista concessa a Sky Tg24. Il resto dell'intervista va presa con le pinze, come tutte le dichiarazioni di collaboranti e pentiti e spetta alla magistratura - più che a noi - commentare e trarre le dovute conseguenze.

Noi cittadini, che da piccoli pensavamo che i processi in Italia si facessero come quelli di Perry Mason, e che poi da grandi abbiamo ritenuto che si facessero come quelli rappresentati nelle fiction televisive, possiamo legittimamente domandarci: perché ci si può pentire di essersi pentiti?

Non bisogna essere un camorrista o un mafioso per fare questa esperienza.

Si comincia tra i banchi di scuola quando il professore chiede alla classe: "chi ha tirato il gessetto al compagno quando io ero girato dall'altra parte"? E se uno tra i tanti decide di rompere il muro della solidarietà (che da quel giorno imparerà a sue spese che invece si chiama "omertà") e accusa il compagno, dopo meno di un minuto dovrà saper rispondere a due terribili domande: "E' stato giusto quello che ho fatto"? E poi: "Ne è valsa la pena"?

Da quando ci è accaduto quell'avvenimento tutti abbiamo cominciato a fare i conti con la giustizia, non con quella delle aule dei tribunali, fortunatamente, ma con quella del vivere quotidiano, quella che anche se siamo ancora all'asilo ci fa rivoltare lo stomaco se un compagnetto o una compagnetta è amata dalla maestra più di noi stessi.

Alla prima domanda si impara a rispondere con più naturalezza soprattutto quando si vive in un contesto di legalità e di conseguenza si identifica il concetto di giustizia con quello che viene condiviso dal gruppo sociale cui si appartiene.

Un giorno padre Pino Puglisi dovette registrare il rifiuto di un ragazzino di Brancaccio a fare la prima comunione, il quale per tutto l'anno aveva frequentato proficuamente il corso di catechismo. Quando lo interrogò si sentì rispondere che non poteva impegnarsi a compiere quel gesto perché altrimenti avrebbe dovuto smettere di rubare, la qual cosa non era possibile, stante la richiesta quotidiana che gli veniva dalla famiglia.

Ed ecco inesorabile la seconda domanda: che vantaggio si trae dal denunciare il male? Ne vale la pena? E se le conseguenze sono peggiori del male?


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COMMENTI
25/08/2013 - Pentimento: un termine equivoco (Giuseppe Crippa)

Credo che la disquisizione di Inguanti, pur interessante e ricca di spunti di riflessione di fonte siciliana (quello sul bambino riferito da padre Puglisi davvero bello, l’uscita di Alfano al Meeting francamente sconfortante), non colga appieno il fatto che non di pentimento si tratta nel caso di Schiavone – e di tutti i cosiddetti “pentiti” – ma dell’esito di una trattativa tra lo Stato che offre sconti di pena ed aiuti vari e l’ex (spero) delinquente che offre informazioni. Come tutti sanno, una trattativa ben condotta deve lasciare insoddisfatte entrambe le controparti: se Schiavone fosse contento, lo Stato (cioè noi) dovrebbe sentirsi “fregato”…