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DIARIO DA RIO/ Il Brasile e l'America Latina, prima e dopo Francesco

Pubblicazione:lunedì 5 agosto 2013

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Non è casuale che gli indignados brasiliani abbiano levato la loro protesta contro l'organizzazione del Mondiale di calcio dell'anno prossimo e dei Giochi Olimpici del 2016, proprio nei giorni in cui si svolge la Coppa della Confederazioni, una specie di anticipo del Mondiale FIFA, che costerà al Brasile più di 13 miliardi di dollari. La nuova classe media brasiliana, diventata più numerosa come già detto, non si accontenta con ipermercati e shopping center, ma chiede accesso all'educazione, alla salute, alla casa. Lo ha espresso con grande evidenza nella protesta delle ultime settimane. Rifiuta la organizzazione dei grandi avvenimenti sportivi perché sa che, anche se avranno successo e il Brasile guadagnerà la sua sesta coppa mondiale, questo non servirà a cambiare la sua condizione concreta, ma sarà, piuttosto, motivo di distrazione e porterà a stornare risorse pubbliche che potrebbero essere utilizzate per altri scopi ben più prioritari.

 

Secondo il rapporto dell'ONU intitolato “Stato delle città dell'America Latina e dei Caraibi 2012”, presentato proprio a Rio de Janeiro nell'agosto dello scorso anno, 180 milioni di latinoamericani vivono nella povertà (più di un terzo della popolazione dell'America latina) e di questi 71 milioni sono indigenti. Questi dati fanno dell'America Latina l'area con la maggior diseguaglianza nel mondo, superando l'Africa, continente che si pensa essere il primo per tutti i problemi sociali. In America Latina, il 20% più ricco gode di un reddito pro capite venti volte superiore di quello del 20% più povero, e il Brasile è ultimo in materia di distribuzione dei redditi, dopo Guatemala, Honduras e Colombia che lo precedono negli ultimi posti. E' poi il sesto Paese latinoamericano per numero di poveri e indigenti, dopo Honduras, Paraguay, Bolivia, Colombia e Messico, malgrado abbia aumentato dell'8% il suo contributo al Pil dell'America Latina, senza per questo riuscire a risalire dal tredicesimo posto per Pil pro capite tra i Paesi del continente.

 

E' questa una conferma che la crescita macroeconomica non garantisce automaticamente il benessere del popolo, se i governi si limitano a confidare in un “effetto cascata” dalla classe alta alle classi inferiori e se la distribuzione ineguale della ricchezza viene affrontata esclusivamente con la concessione di sussidi condizionati politicamente, invece che inserire le persone nel mercato del lavoro e perseguire una continua qualificazione dei lavoratori perché possano così accedere a lavori di maggior responsabilità e compensati meglio. La democrazia, come sistema di governo, non esaurisce la sua ragion d'essere nell' aspetto istituzionale, quantunque esso sia il fondamento di tutto, una materia in cui molti Paesi latinoamericani, peraltro, danno cattiva prova ogni volta che sono sottoposti ad esame, per esempio cercando di violare l'indipendenza dei poteri o di limitare la libertà di stampa e di opinione.


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