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IL CASO/ Cara Kyenge, ecco la differenza tra un burqa e il velo di una suora

Pubblicazione:lunedì 5 agosto 2013

Donne velate in Pakistan (Foto: Infophoto) Donne velate in Pakistan (Foto: Infophoto)

Bisogna dirlo, stavolta Cécile Kyenge l’ha sparata grossa. Ospite alla Festa del Pd a Cantù la discussa ministra di origine congolese ha avuto un’uscita a dir poco infelice: “Il fatto che la legge obblighi a far vedere il viso deve valere per tutte le donne, comprese anche le suore, perché non insistiamo su questo aspetto? Il principio è sempre quello. Applichiamolo senza avere pregiudizi”. Un’affermazione inopportuna non tanto perché ha dato prova, ancora una volta, di quanto siano deboli e vane le sue argomentazioni, condite da qualche assurdità, ma soprattutto perché non permette di sorvolare su chi, nella veste di ministro dell’integrazione, si dimostri così incompetente in tematiche cruciali, e al contempo basilari. La Kyenge si è fatta portabandiera dei più fuorvianti pregiudizi, idee e preconcetti inutili e non veritieri. Al di là della dimostrazione di come ignori la differenza tra velo islamico da una parte, e niqab e burqa dall’altra, in un periodo in cui il dibattito sull’Islam sta prendendo piede in occidente, è impensabile che trascuri il sostanziale divario tra il significato di tali indumenti e del velo delle suore. La ministra probabilmente crede che il velo cosiddetto islamico sia considerato parte integrante di una tradizione religiosa. In realtà questo deriva da un’esegesi letterale del Corano, isolata dal suo contesto storico, che ha permesso di dare interpretazioni univoche in grado di nascondere le insufficienti fondamenta su cui poggia.
Il velo non ha fatto altro che assumere ed assorbire diverse connotazioni negative, proprio perché indossarlo non è, in realtà, un precetto religioso, un “pilastro dell’Islam”. Le modalità del suo utilizzo non sono esplicitamente scritte nel Corano, e ad affermarlo, oltre agli intellettuali arabi, tra cui spicca il nome di Mustafa Rashid, sono gli stessi imam, quelli più moderati s’intende. Anche in Italia esistono tantissime donne che, per rispettare una volontà maschilista, sono costrette a velarsi alcune sotto la minaccia continua della violenza fisica e psicologica. Per questo motivo, intorno al velo si è creata una sorta di aura fatta di congetture che devono essere distinte e chiarificate. Ancora diverso è il niqab, che costituisce un’aggiunta fatta dal radicalismo. Non esiste, infatti, nessuna prova sharitica che lo attesta. I sostenitori di questo indumento sono coloro che vogliono favorire l’affermazione di un altro tipo di Sharia Islamica, completamente differente dall’originale, che è quella wahabita. Vogliono così la legittimazione di un sistema di norme tramite metodi e strumenti non adeguati. Si può quindi dire in tutta serenità che il niqab non fa parte del quadro culturale islamico, ma è solo uno strumento messo in campo dagli impostori che agiscono in nome della stessa religione. Per non parlare infine del burqa afgano, il cui obbligo di indossarlo è conseguenza di tradizioni locali, totalmente indipendenti dalle prescrizioni religiose dell’Islam.


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COMMENTI
05/08/2013 - D'accordo con Suad Sbai (Luigi PATRINI)

Concordo con l'on. Suad Sbai. Credo che sarebbe opportuno chiedere alla Ministra Kyenge di dare una risposta alle sollecitazioni ed alle osservazioni proposte. Può essere stata fraintesa, forse... Ma su queste cose credo che chi parla, quando parla - soprattutto se è una pubblica autorità - debba sentire il dovere di essere preciso ed evitare ogni approssimazione.

 
05/08/2013 - Ministro Kyenge (Carla D'Agostino Ungaretti)

La Dott.ssa Kyenge è sicuramente un ottimo medico oftalmologo, ma di usanze italiane e di tradizioni cattoliche ne sa meno di zero. Non ce l'ho con lei, ma con chi ha pensato che potesse essere un valido e capace ministro del governo italiano nel periodo sciagurato che stiamo vivendo. Vorrei, però, rivolgerle una domandina a margine delle polemiche di questo agosto: se lei è cittadina italiana e italiana si sente, perché non si fa chiamare Cecilia (che oltre tutto è un bellissimo nome romano, e quindi "nostro") invece che Cécile alla francese?

 
05/08/2013 - Kyenge (Antonio De Montis)

Purtroppo la "ministra" ( speriamo di non confondere la vocale sennò altro che banane...)sta sbagliando parecchio e più di lei chi ce l'ha messa, senza essere razzisti non si può non notare, come giustamente fate, che per far capire certi contenuti non è certo col muro contro muro che si risolvono. Ci sono riusciti persino in Sudafrica e in America che di sicuro avevano ben altri problemi dei nostri!

 
05/08/2013 - Scarsa conoscenza della cultura italiana (Corrado Rizzi)

Ora i politici seri e onesti, tipo segretario dl PD, dovrebbero chiedere le dimissioni del ministro e l'esposizione al pubblico ludibrio di chi l'ha proposta.

 
05/08/2013 - Veli (luisella martin)

La signora Souad Sbai ha spiegato con dovizia di particolari la differenza tra un burqa e il velo di una suora. Immagino che la giornalista sia, come Cecile Kyenge, italiana. A questo punto della storia dell'emigrazione e dell'immigrazione del nostro Paese, credo di non essere italiana io, ovvero di aver creduto per anni, ma ingenuamente e con molta presunzione, di essere italiana. Infatti nell'articolo si dice che "Anche in Italia esistono tantissime donne che, per rispettare una volontà maschilista, sono costrette a velarsi alcune sotto la minaccia continua della violenza fisica o psicologica". In 70 anni di vita non ne ho incontrata neanche una, però ho avuto un'alunna che, durante l'ora di matematica, andava a pregare in un'aula approntata per lei dalla segreteria della scuola; non so se ora ha chiesto e ottenuto la cittadinanza italiana, sta di fatto che,credendo che io non lo avessi letto, la madre avanzava continue richieste di eccezioni in nome del Corano! Credo che molte cose stiano prendendo piede in Occidente, oltre il dibattito sull'Islam. Non mi meraviglierei se dal Papa anche a Roma, come a Rio, gli illustri parenti della Ministra andassero a salutare il Papa con il gonnellino di banane e il copricapo piumato, aprendo così un dibattito sulle religioni animiste.