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QUIRICO/ La fede in Dio mi ha aiutato a resistere durante la prigionia

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Lungo articolo di Domenico Quirico oggi su La Stampa: il giornalista non ha perso tempo e appena tornato in Italia dopo la sua scarcerazione ha scritto una lunga testimonianza dei suoi giorni di prigionia. Un diario, probabilmente tenuto a mente in quei lunghi mesi nei quali i suoi carcerieri si sono anche divertiti a inscenare due finte esecuzioni nei suoi confronti solo per il gusto di terrorizzarlo. Il Paese dove il Male trionfa, ha definito così la Siria. Il racconto di Quirico inizia dal suo ingresso in Siria lo scorso 6 aprile quando intende recarsi a Damasco per documentare la battaglia in atto, che ai tempi sembrava lo scontro definitivo tra il regime e i ribelli. Il suo ingresso in Siria è garantito proprio dai ribelli dell'Armata siriana libera, che invece che a Damasco lo portano a Al Qusayr, un paese vicino al confine con il Libano. La città è distrutta dai bombardamenti così chiede di poter tornare a Damasco. Riparte con due uomini che, dice, probabilmente sono quelli che lo hanno "venduto": fuori del villaggio alcuni uomini armati li fanno salire su un loro mezzo, portano lui e l'altro giornalista belga in una casa e li picchiano sostenendo di essere uomini dei servizi segreti di Assad. Invece nei giorni successivi capiranno che si tratta di ribelli islamisti: pregano e ascoltano discorsi sulla jihad contro Assad. A capo del gruppo di sequestratori un emiro che con la scusa dell'islamismo e della rivoluzione invece fa attività criminale. Poco dopo li venderà a un altro gruppo, la brigata Al Faruk: sebbene facciano parte del consiglio rivoluzionario, questi uomini, spiega Quirico, sono per lo più banditi di tipo somalo che approfitta della guerra civile per i loro loschi traffici. "L’Occidente si fida di loro ma ho imparato a mie spese che si tratta anche di un gruppo che rappresenta un fenomeno nuovo e allarmante della rivoluzione: l’emergere di gruppi banditeschi di tipo somalo, che approfittano della vernice islamista e del contesto della rivoluzione per controllare parte del territorio, per taglieggiare la popolazione, fare sequestri e riempirsi le saccocce di denaro." scrive Quirico. Cominciano i duri mesi di prigionia: Quirico chiede all'emiro di poter telefonare a casa per dire alla sua famiglia che è vivo, ma l'emiro ride e gli dice che dove si trovano i telefonini non funzionano. Invece uno dei suoi guerriglieri gli offre il telefonino: l'unico gesto di umanità che ho ricevuto in quei mesi. E' la famosa brevissima telefonata che dà speranza alla famiglia. "Ci tenevano come animali, costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati su dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, nel mondo occidentale, non ho mai provato cos’è l’umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire no. Credo che c’era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l’occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero" scrive il giornalista. Cinque mesi in cui, dice, ha vegetato, costretto al nulla sotto la minaccia continua di morte: "Per due volte hanno finto di mettermi al muro. Eravamo dalle parti di Al Qusayr. Uno si è avvicinato con la pistola e mi ha fatto vedere che la pistola era carica poi mi ha detto di mettere la testa contro al muro, mi ha avvicinato la pistola alla tempia. Lunghi momenti in cui ti vergogni… io mi ricordo la finta esecuzione di Dostoevskij… ti viene una rabbia perla paura che hai, senti che l’uomo che è vicino a te respira, trasuda il piacere di avere nelle sue mani un altro uomo e sentire che tu hai paura, e ti viene la rabbia perché tu hai paura. È un po’ come quando i bambini, che sono spesso terribilmente crudeli, strappano la coda alla lucertola o le zampe alle formiche. La stessa ferocia terribile."


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