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QUIRICO/ Caro Domenico, Dio non ha colpa del male che ci fanno gli uomini

Nel racconto della sua prigionia su La Stampa, Domenico Quirico ha detto di aver visto compiacersi gli uomini che gli facevano del male, e per questo pregare Dio. FEDERICO PICHETTO

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Caro Direttore, Il vento caldo della primavera orientale riecheggia tra le vie della piccola al Qusayr; la città è da poco tempo nelle mani dei ribelli, ma i lealisti di Assad non si arrendono e ogni giorno un brandello di quelli che un tempo erano i quartieri e le piazze del piccolo insediamento umano sulle rive dell’Oronte è martoriato dal fuoco delle bombe e delle mitragliatrici, dai tradimenti degli uomini e dai loro piani di guerra.

Arriva così la notte su al Qusayr. Laggiù, nella zona orientale del borgo, quella stessa zona che oggi è stata la prima linea degli scontri e dei combattimenti, c’è una casa segnata dalla guerra e martoriata dagli spari. Là dentro, al chiarore opaco di alcune vecchie lampadine, si consuma il rito della sera, la preghiera di due uomini in dialogo con Allah. Accanto a loro, lerci e dilaniati da alcune settimane di prigionia, stanno Domenico Quirico – inviato de La Stampa – e un suo amico, compagno in un rapimento avvenuto per la brama di qualcuno e per l’ingordigia di qualcun altro. Domenico è un credente, un cristiano, uno con la fede del prete che passa in mezzo alla campagna e benedice le case e le opere dell’uomo. La fede di Domenico non è però una fede complicata, è una fede semplice, ricca di umanità. Una fede che, dinnanzi alla preghiera dei suoi sequestratori, non può fare a meno che chiedersi: “ma che cosa staranno dicendo questi uomini al loro Dio”. In Siria, racconta Quirico, ho visto il male, l’ho visto nella gioia dei vecchi e dei bambini al vedere il mio dolore, l’ho visto nella soddisfazione dei miei carnefici per le loro opere di disumanità, ma – soprattutto – l’ho visto accompagnato dalla preghiera. E questo mi ha fatto male.

A sentire il racconto di Domenico, che qui abbiamo volutamente parafrasato per poter entrare in dialogo con lui, ritornano alla mente le tante critiche che i secoli hanno rivolto alla religione: coacervo di superstizioni, pretesto per il potere, oppio dei popoli, tana degli istinti più abominevoli. Il fatto è che queste non sono soltanto frasi: il cuore sa che dire religione, nella storia, spesso ha significato dire “guerre di religione”, “crociate”, “inquisizione”, “violenza”.

Certo, il vecchio papa tedesco ci ha provato a dire più volte, a partire da quel 2006 dove a Ratisbona evocò la questione con parole dirompenti, che Dio non può mai chiedere qualcosa che sia contro la ragione dell’uomo e che la violenza e la guerra non apparterranno mai alle richieste di Dio; ma gli uomini di oggi – certamente pilotati dal potere – non riescono a cancellare il Got mit uns dei tedeschi del terzo Reich o gli abusi sui minori che nella Chiesa ci sono stati, e non cinquant’anni fa, ma l’altro ieri.